Recensioni

6.3

C’è un desiderio quasi ostinato, nei dischi di Tropico (alias Davide Petrella), di trasformare la fragilità in forma compiuta, di far suonare la malinconia come un’orchestra invisibile in sottofondo. Soli e Disperati nel Mare Meraviglioso non fa eccezione: è un disco costruito con l’ambizione di raccontare tutto ciò che resta quando l’amore si ritrae e la quotidianità si fa naufragio. Un lavoro dove la parola, ancor più della melodia, si fa carico del senso, oscillando tra il lirismo sentimentale e un certo estetismo emotivo, viscerale e calibrato.

L’artista partenopeo scrive, ancora una volta, canzoni come se stesse scrivendo lettere da spedire a sé stesso, e lo fa con una consapevolezza che a tratti affascina, a tratti appesantisce. Diciassette brani sono un corpo esteso, deliberatamente ridondante, come se ogni pezzo fosse un frammento di uno stesso discorso, modulato su variazioni minime. Ma in questo accumulo si avverte una coerenza precisa: Soli e Disperati nel Mare Meraviglioso non è un album pensato per le stories di Instagram, ma per sedimentare. A tratti ci riesce, a tratti resta in superficie. Ma la vision, l’intenzione, è chiara. Petrella, del resto, arriva fin qui dopo un lungo viaggio trascorso sia dietro che davanti ai microfoni. È stato prima frontman de Le Strisce, band devota all’indie-pop degli anni Dieci, e poi autore invisibile – ma centrale – di gran parte del pop italiano degli ultimi dieci anni: da Cremonini a Elisa, da Mengoni a Mahmood, passando per Marracash, Sfera Ebbasta, Elodie e Jovanotti. Ma è con Tropico che ha trovato la sua voce. Una voce che si era già fatta sentire — e bene — in Non esiste amore a Napoli e Chiamami quando la magia finisce. 

Detto questo, il suono di Soli e Disperati nel Mare Meraviglioso è raffinato, come da tradizione: elettronica tenue, orchestrazioni che sanno di cinematografia, pianoforti liquidi, linee vocali essenziali, il dialetto napoletano trattato non come un colore da ostentare a tutti i costi, ma come materia viva. Sì, perché il merito più grande di Tropico sta nel saper creare un ambiente narrativo riconoscibile, un orizzonte espressivo dove le canzoni dialogano tra loro anche senza cercare la hit. È un linguaggio ibrido, figlio del cantautorato anni Ottanta (non solo quello italiano), ma capace di flirtare con l’urban più rarefatto e una pop music che non ha fretta di esplodere. Naufragare è forse il momento più felice dell’intero lavoro: brano agile, sottile omaggio al Dalla più brillante e malinconico (quello di Balla balla ballerino, per intenderci), dotato di una leggerezza che altrove manca. Petrella gioca con l’autonarrazione senza compiacimenti, e la scrittura trova finalmente una misura che riesce a essere emotiva senza risultare enfatica.

Anche Morricone funziona: immaginifica, sospesa, è una ballata che vibra di quella nostalgia visionaria che Tropico gestisce con dedizione. Più ambiziosa che efficace, invece, Sabato Sera con Calcutta, che ha una sua forza emotiva ma fatica a sbocciare davvero: la scrittura resta interessante, ma la canzone resta impigliata nel limbo scivoloso del già sentito, senza trovare il suo compimento.

Ci sono momenti, in effetti, in cui il disco si piega su se stesso, prigioniero della propria vocazione-pop. Brani come Cose Ca Nun Saje o Tornare a Casa si appoggiano a formule familiari, eppure sembrano scritte più per confermare un’estetica che per esplorarla. La penna resta solida, ma l’urgenza si attenua. È il rovescio della medaglia di un progetto che punta tutto sulla coerenza tonale. In soldoni: quando il pathos viene meno, la forma rischia di diventare mero involucro. Il disco, però, ha il pregio di non cedere mai alla retorica della canzone “giusta”, e questa scelta lo salva anche nei passaggi meno ispirati. Tropico non forza la mano: lavora sul dettaglio, sull’immagine che resta, sul frammento lirico che si incolla alla pelle. L’uso del napoletano, in particolare, diventa uno strumento espressivo potentissimo, capace di evocare un’intimità che nessun artificio può restituire. La parte finale, con Si Nun Me Vuo Bene Cchiù e Infiniti Modi di Rovinare Tutto, mostra il lato più disarmato del progetto. Qui Petrella si libera del superfluo, scava più in profondità, e porta a casa due dei momenti più intensi del disco. È come se, arrivati alla fine del viaggio, smettesse di cercare una forma e lasciasse parlare solo la sostanza. In questo senso, Soli e Disperati nel Mare Meraviglioso è anche una parabola narrativa: parte alto, si perde, si ritrova, chiude bene.

Un disco accessibile (fin troppo, probabilmente) ma sentito, che non grida e non sgomita, ma prova a costruirsi il proprio spazio in un panorama pop italiano spesso più interessato al design che alla confessione schietta. Tropico non inventa nulla, ma continua a scrivere canzoni con dignità, mestiere e un pizzico di poesia. E in tempi di plastica musicale e di banali strategie da algoritmo, anche questo ha il suo peso.

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