Recensioni

I supergruppi, diciamolo, hanno sempre rotto un po’ il cazzo. Mettersi insieme per un divertissement che dura(va) lo spazio di un disco, spesso per ammortizzare i tempi morti tra un disco/tour e l’altro della casa madre, oppure per monetizzare proprio sulla scia della reputazione acquisita, o ancora per sincera amicizia e voglia di condividere qualcosa che, ripeto, spesso e volentieri scivola(va) via dalla memoria una volta messo via il disco o chiusa l’esperienza non è mai stato il massimo della vita per l’ascoltatore. In pochissimi casi però, quella alchimia che nei gruppi “regolari” si andava formando e stratificando nel tempo, tra sala prove, gavetta, tour più o meno lunghi e condivisione di visioni musicali, stranamente si replica anche nel side-project e sì, è proprio ciò che accade a questi Traum, vera e propria all-star band dell’underground italiano più avventuroso e dissonante.
A farne parte sono infatti quattro pesi massimi quali Luca Ciffo (Fuzz Orchestra, Il Lungo Addio) e Lorenzo Stecconi (Lento) alle chitarre, Luca T. Mai (Zu) a sax e synth e Paolo Mongardi (Fuzz Orchestra, Zeus!) dietro le pelli e il territorio sonoro calcato da questo quartetto delle meraviglie è esattamente al crinale delle esperienze precedenti: avant-space-kraut-psych rock tanto acido e deragliante quanto visionario e trance-inducing e con una dose di alterità che ne sfuma i contorni e ne amplia il portato. Dopotutto, già da nome e titolo omonimo scelti – non legati al “trauma” come si potrebbe pensare quanto al “traum” tedesco, ovvero al sogno – si avverte questo lieve slittamento di significato, questo sfasamento che innalza l’ascoltatore verso lidi cosmici per poi sbatterlo violentemente a terra con una dose di materica carnalità: succede nella lunga Inner Space, ad esempio, col suo groove space-rock filmico che plana nella successiva Antarctic Dawn, una sorta di pastorale dell’aldilà o nell’iniziale cavalcata limitrofa allo stoner più kosmische-oriented di Kali Yuga a cui fa da contraltare il deliquio ambient/haunted di Erwachen.
Ma nei solchi di questo ottimo esordio c’è molto di più, a dimostrazione di come un monolite possa mostrarsi prismatico e con più facce, come un giano multiforme d’area latamente IOP come dimostra l’ossianica Katabasis o gli innesti dub di Infraterrestrial Dub che sembrano mostrare le cavernose profondità della terra in un continuo saliscendi tra trascendenza e perdizione. E a ben vedere i titoli scelti per le canzoni, non dovremmo essere lontani dal vero: Traum è una dimensione onirica, posseduta, trascendente tra il qui e ora e un altrove che assume fattezze di volta in volta cullanti o minacciose.
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