Recensioni

C’è un proverbio arabo che, tradotto, suona più o meno così: «Quando c’è una meta, anche il deserto diventa strada». I Tinariwen hanno trovato un sentiero personale in cui la sabbia che si portano dall’Africa occidentale si combina col ferro e il catrame di strade occidentali, in un sound coinvolgente e capace di traslare le radici tuareg su proiezioni rock e blues, non disdegnando retaggi afrobeat e di world music. Una attività più che ventennale ha consacrato un gruppo unico nel suo genere, e quindi questo Amadjar non sorprende per sonorità, ma per altre ragioni.
La fase di registrazione si è concretizzata in giro per il Sahara, in tende enormi sotto le quali i membri non hanno utilizzato metronomi e cuffie. In seguito, cieli aperti e stellate ispiratrici hanno accolto il contributo di amici arrivati da varie parti del mondo. Sì, perché nell’album compaiono Warren Ellis dei Bad Seeds, Micah Nelson (il figlio di Willie Nelson, storico chitarrista di Neil Young), Stephen O’Malley dei Sunn O))), Cass McCombs e Rodolphe Burger. L’impegno politico, poi, è rimasto intatto, infiammato dai racconti su come i tuareg stiano provando con tutti i mezzi di legittimare la propria identità.
L’ipnotica Wartilla, il blues arabeggiante di Takount e la psichedelica apertura affidata a Tenere Maloulat sono solo alcune delle sfumature presenti in un disco corale eppure fortemente identitario, proprio come i Tinariwen: riconoscibili nella loro fisionomia sonora ma fedeli alla necessità di cangianti contaminazioni culturali.
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