Recensioni

Erano partiti come trio. Il Tin Hat Trio di Mark Olson, Carla Kihlstedt e Rob Burger. Perso quest’ultimo, divennero un Quartet con l’ingresso in formazione di Ben Goldberg e Zeena Parkins. Ora per il nuovissimo lavoro, il primo licenziato da Hanninal/Rycodisc, diventano addirittura un Quintet, con l’aggiunta del multistrumentista Ara Anderson. Deve essere stata proprio questa assidua tendenza a cambiare line-up a convincerli a tagliare la desinenza finale, lasciando solo la radice Tin Hat. Se c’è qualcosa che non cambia invece è l’immutata meraviglia della musica. The Sad Machinery Of Spring ci riconsegna senza grandi cambi di registro l’universo musical-gitano del Tin Hat Trio. Una terra di nessuno dove cadenze teatrali convivono fianco a fianco a rozzezze country-folk, dove gli umori caldi del mediterraneo sposano le dolenze balcaniche e il realismo magico sud americano va a braccetto con l’esoterismo ebraico; in definitiva un treno in corsa che attraversa regioni diverse e solo apparentemente inconciliabili come jazz, blues, folk, musica da camera. Un colpo al cuore per uno come Tom Waits che si auto invitò su Helium e li ha sempre sponsorizzati.
The Sad Machinery Of Spring trova radice nel lavoro dell’artista ebreo-polacco Bruno Schulz, romanziere e artista grafico ucciso per strada, nel 1942, da un ufficiale nazista. Quello di Schulz è un mondo kafkiano, grottesco, malinconico, che non a caso ha dato ispirazione ai Brothers Quay, per il loro The Streets of Crocodile. E’ proprio nell’intersezione tra l’esistenzialismo mitteleuropeo di Schulz e le visioni fantastiche dei fratelli Quay che possono trovare sistemazione brani leggeri ma mai evanescenti come The Secret Fluid of Deusk, la splendida Daisy Bell cantata dalla Kihlstedt o ancora meraviglie come Dionysus che sembra un frammento del Bolero di Ravel rifatto dalla Penguin Cafè Orchestra. Il clarinetto di Anderson, l’arpa di Zeena Parkins e soprattutto il violino della Kihlstedt sanno tirar su dal nulla, ampie e immaginifiche scenografie come l’eden misterioso di The Land Of Perpetual Sleep.
Molta della musica dei Tin Hat è vicinissima all’ideale di crossover folk transculturale dietro cui va dietro Jeremy Barnes con gli A Hawk and a Hawksaw, con la differenza che Olson e la Kihlstedt non lavorano mai di addizione. Piuttosto la loro è una mirabile sintesi ed è anche per questo che ormai hanno uno stile riconoscibile. L’Esperanto,come titolavano in un loro vecchio brano, piuttosto che una fugace fiera dell’est.
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