Recensioni

Quella del reverendo Vito Aiuto e di sua moglie Monique è sicuramente una vicenda particolare, così come peculiare è il loro mentore, quel Sufjan Stevens che ne ha letteralmente raccolto e organizzato l’estro fino ad ottenerne questo godibile album di debutto. Tuttavia, The Welcome Wagon – così i due si fanno chiamare – partecipano senz’altro ad un movimento più vasto che mi perdonerete se battezzerò "neo-bucolico americano", quel fervore acustico e corale di stampo para-religioso, abbastanza se non parecchio frikkettone, che basta un leggero sbandamento in minore e precipiti nel gotico, in ogni caso sorta di contraltare alla ferocia elettrica e all’azzardo sintetico d’oggidì.
Dovendo snocciolare qualche officiante, direi i Low più eterei, la parte meno infervorata della combriccola Elephant 6, i Polyphonic Spree ovviamente, poi Iron & Wine e appunto Mr. Stevens. Detto questo, c’è la specificità del caso in questione, ovvero quel certo talento che consente l’accadere di ballate come He Never Said A Mumblin’ Word, roba che non sfigurerebbe affatto nel (anzi avvalorerebbe il) repertorio dei Calexico e forse un po’ anche degli stessi Low, così come I Am A Stranger farebbe la gioia degli pseudo-americani Gomez.
Sa di autentico l’alternarsi e giustapporsi delle voci, appoggiate ad arrangiamenti tanto più fragranti quanto più tardizionali(sti), come la fanfara caracollante di You Made My Day o il gospel pastellato della deliziosa Up On A Mountain. Stessa genuinità d’intenti che sottende la presenza di cover smithiane (Half A Person) e addirittura velvettiane (Jesus), entrambe rese ecumenicamente (!) proprie, con bella personalità.
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