Recensioni

L’ultimo disco della lega umana risale al 2001. E anche se siamo in pieno revival anni Ottanta (vedi i ritorni di Orchestral Manoeuvres In The Dark, Duran Duran e dell’iconografia di quel decennio nel glo), di dischi che rifanno solo il passato non se ne sente proprio il bisogno. All'inizio degli anni zero aveva infatti un certo senso estetico/politico riportare in primo piano quelle sonorità synth-based; oggi invece i riciclati entrano nel meccanismo di vendita e cercano di arraffare (senza alcuna velleità estetica) fino all'ultimo quattrino, sia dal pubblico che li adorava trent'anni fa che dalle nuove leve che assistono stupite ad epifanie impolverate.
Anticipato dal singolo Night People, che ricorda i Depeche Mode più marziali ed elettronici (periodo Some Great Reward per intenderci), l’album è una carrellata di ricordi pop che Philip Oakey tenta di ringiovanire con qualche effetto speciale e con l’aiuto delle sempreverdi vocals di Susan Ann Sulley e Joanne Catherall.
Il risultato è un memorabilia che non coinvolge, passando dal synth pop più squadrato e prevedibile (Sky), al vocoderismo attualizzato now, che però stride con le tastiere di vent’anni fa (lo spettro di Cher incombe in modo imbarazzante sul secondo singolo Never Let Me Go). Le tensioni da club-dark (Egomaniac, Single Maniac) e le progressioni à la Moroder (nell’onesto Electric Shock) e gli occhiolini al synth pop più glitterato che mai completano un quadretto da dimenticare.
Fra dieci anni probabilmente uscirà un altro disco degli HL. Speriamo che nel frattempo si siano stancati di riproporre le loro fotografie di gioventù, magari considerando l’idea di prendere qualche strada nuova, o in alternativa di ritirarsi a godere di una meritata pensione.
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