Recensioni

Non tutte le “four letter words” sono parole “sporche”. Love non lo è. I Beatles, testimonial quanto mai autorevoli, più di chiunque altro tengono ad affermare la valenza educata e positiva del lemma, e da decenni ci assicurano che “all you need is love”. Ma poi ti guardi attorno e vedi che le fonti di informazione grondano bollettini di guerra e fatti di sangue. Su questo sfondo così ambiguo, che confonde, il mondo del rock fa chiarezza: lì dentro “love” appare ancora un concetto dalla solida presa, al punto che nemmeno le band più refrattarie a ritagliarsi parentesi da “riposo del guerriero”, arroccate nelle loro inespugnabili cittadelle del rock senza compromessi, difficilmente riescono a esimersi dall’inserire una canzone d’amore, o al minimo qualche romantica strofa, per album.
I Cult – in precedenza Death Cult: biglietto da visita non proprio accondiscendente – si ammorbidiscono all’anagrafe ma restano tostissimi. E ciononostante intitolano il loro secondo lavoro Love, scritto con un carattere grande quanto il nome della band e sovrastato da una serie di simboli pseudo-esoterici e ali di rapace (?). Rappresentando tutti insieme, simboli e lettering, la fascinazione di Ian Astbury per gli indiani nativi d’America e il ricordo dei Led Zeppelin di Zoso; allestendo, tutti insieme, il suggestivo pastiche che introduce in modo intrigante uno dei dischi più riusciti e di successo, con due milioni e mezzo di copie vendute, degli anni ’80. Esito quanto mai sorprendente se si considera la trasversalità di un disco che, gettando nella stessa ribollente marmitta Goth, Hard, Alternative, anche Psichedelia, rischia di scontentare tutte le tribù rock tirate in ballo poiché fiere della loro unicità, e invece non solo le solletica e sollecita tutte insieme, ma fa breccia oltre i generi citati per tracimare nelle vaste e scabre pianure dove viene cresciuto il pubblico più facile da coltivare, quello resistente persino alla mancanza di nutrienti che AOR o Pop non sono in grado di garantire ogni volta. Insomma Love, preso per intero o a piccole dosi – brano per brano – può piacere, e piace, se non a tutti a tanti, tantissimi.
La scintilla che accende i Southern Death Cult fondati da Ian Astbury scocca nel 1981, ma è solo diciotto mesi dopo, nel 1983, quando il cantante incontra Billy Duffy, chitarrista ex Nosebleeds (nei quali trovano posto Morrissey poi con gli Smiths e Vini Reilly anima dei Durutti Column) e Theatre Of Hate, che la band aggiusta formazione e ridondante anagrafe. Inseriti il bassista James Alec Stewart e il batterista Raymond Taylor Smith provenienti dai post-punk Ritual, ecco pronti i frenetici Death Cult, quartetto che sa cosa significa rimboccarsi le maniche: incide un Ep e un singolo – rispettivamente Death Cult e Gods Zoo –, licenzia Smith per rimpiazzarlo con Nigel Preston (ex Theatre Of Hate), raggranella date dal vivo in patria e in Europa continentale, infine, nel gennaio 1984, prima di comparire a The Tube di Channel 4 (BBC), si compatta col definitivo moniker che per ulteriore sottrazione diventa (the) Cult. Oltre non si può tagliare. È il preludio al contratto con la Beggars Banquet che li indirizza in studio per registrare l’album di debutto.
Dreamtime esce il 31 agosto 1984 (le prime 30.000 copie sono un doppio vinile con un lp dal vivo), che anticipato e sospinto dal singolo Spiritwalker arriva al N° 1 della UK Indie Chart e viene certificato Disco d’argento. Difficile immaginare un migliore viatico per pensare al secondo lavoro che nelle previsioni deve essere quello della consacrazione. A dispetto di un cammino che appare in discesa, però, sono le difficoltà a palesarsi. Diventato nel tempo sempre più inaffidabile, o almeno questo è quello che pensano Astbury e Duffy, i padri-padroni della band, il batterista Nigel Preston – ennesimo – viene accompagnato all’uscita. Uno spiacevole contrattempo che si rivela la classica opportunità imprevista tipica del libro motivazionale: hai perso il lavoro, la casa, la moglie?; nessun dramma, fai spallucce e domani troverai di meglio. Ai Cult succede proprio così, perché al posto di Preston viene inserito Mark Brzezicki (che la rivista Smash Hits si diverte a chiamare “Mark Unpronounceablename of Big Country”), presenza fissa sul seggiolino dietro i tamburi dei Big Country e al contempo uno dei session men più apprezzati e richiesti del periodo; e se Love rispetto a Dreamtime rappresenta uno scarto in avanti, il merito è anche del batterista dal “nomeimpronunciabile”. Mark – abbreviamo per necessità e scarsa dimestichezza con le lingue – porta in dote un drumming solidissimo, preciso, funzionale, ma soprattutto un batterista ben disposto alle direttive di Duffy e Astbury, che non ammettono repliche.
Il chitarrista è onnipresente, un motore che non si spegne mai. Sia che giri al minimo dell’arpeggiare tipico dell’alternative rock, intento a spargere una manciata di tetro pulviscolo Goth (Big Neon Glitter; Brother Wolf, Sister Moon; Hollow Man), oppure lanciato in incendiari soli dai sulfurei miasmi come da ricettario dell’ombroso Signore della chitarra Jimmy Page (The Phoenix, Love). Pronto a forgiare riff di metallica consistenza sull’incudine a sei corde, o intento ad architettare il sistema di combinare tutti gli ingredienti – arpeggi/solo/riff – nella stessa canzone.
Il cantante, presenza incombente e assidua, non è da meno. Voce non troppo duttile né potente, Astbury ha dalla sua un timbro inconfondibile e una presenza scenica che ne fa un frontman che – si direbbe al cinema – buca lo schermo. Anche grazie a quei lineamenti che, a forza di battere il chiodo della causa pellerossa, a guardarli bene qualcosa dell’indiano nativo lo insinuano, o forse no, ma arrivi a credere che sì, Astbury deve avere una parte di sangue Navajo, o Cherokee, forse Hopi (Rain prende ispirazione da loro), per parte di un lontano antenato, magari ucciso dagli yankee, che gli scorre nelle vene. Non importa. Anzi, importa perché il rock è tanto “immagine” – il videoclip di Rain in questo senso vale una laurea ad honorem – e i Cult, Duffy appena un gradino sotto Astbury, ne hanno in quantità industriale.
Immagine, buone doti tecniche, capacità di scrittura, e un senso per la melodia che rende il ritornello se non irresistibile al minimo accattivante; doti rare per il tipo di band che, come i Cult, alla luce diretta del sole prediligono il crepuscolo. Love è tutto questo. Rain il grimaldello che apre ogni porta: funziona in radio, nel walkman di chi fa jogging, fa canticchiare il cassiere del supermarket e il funzionario in giacca e cravatta della banca. Ma vale anche per la più conturbante Revolution, o la carezzevole Black Angel; per le eccitanti Nirvana e She Sells Sanctuary che, come si diceva una volta, non solo risveglierebbe i morti, ma li spingerebbero alla ricerca della discoteca più vicina dove si balla il rock. Non c’è nulla che non funzioni, in Love, almeno per il popolo del rock senza frontiere, quello sanguigno che ama la musica che viaggia ad alta velocità e arriva diretta. Un disco senza troppi fronzoli ma consistente, materico. Come gli indiani d’America, verrebbe da dire.
Love ha venduto tanto, arrivando al N° 4 delle classifiche UK e producendo tre singoli – She Sells Sanctuary da quasi un milione di copie nel mondo; Rain arrivata al n° 17, e Revolution al n° 30; mentre Nirvana prese la forma del 7” nella sola Polonia –, ma non ha mai ha perso appeal. Ne è prova il fatto che nel corso degli anni le riedizioni, con materiale aggiuntivo di tutti i tipi ma non sempre all’altezza, sono state molteplici e arrivano fino a tempi relativamente recenti.
Creatura bicefala, i Cult hanno avuto altissimi e bassi, vita interna alla band difficile che li ha portati a scioglimenti e reunion. Ma sono ancora attivi. Probabilmente non entreranno mai nei virtuali ghetti esclusivi delle classifiche dei “migliori 500 qualcosa” elaborate da teorici radical-chic, o altre amenità del genere, ma tutti coloro che da appassionati hanno frequentato il mondo del rock nei primi anni ’80, la band di Astbury e Duffy la ricordano bene, e se hanno in collezione il prodotto del loro sforzi di quegli anni lo fanno ancora girare, puntina o raggio laser che sia a riportarlo in vita. Gran bella parola, love. Love, gran bel disco.
Amazon
