Recensioni

7.5

A soli due anni di distanza da quell’esplosione di creatività che fu il doppio Coral Island del 2021, la band dei fratelli Skelly sembra averci preso gusto ed è tornata a sorpresa con un nuovo concept album – Sea Of Mirrors – affiancato addirittura da un altro disco, pubblicato solo su supporto fisico col titolo di Holy Joe’s Coral Island Medicine Show. Quest’ultimo è più che altro un’appendice del precedente che ci riporta su quella stessa isola immaginaria, già raccontata dal “Grande Muriarty” Ian Murray, aka il nonno di James e Ian Skelly (voce e batteria), stavolta nei panni di un dj radiofonico notturno e solitario.

Per quanto non privo di spunti interessanti (The Sinner in primis), la portata principale resta senza dubbio rappresentata da Sea Of Mirrors, venduto alla stampa con il solito trucchetto della colonna sonora immaginaria di un film che non esiste. Trattasi di un trucco che però funziona ancora benissimo a seconda degli ingredienti della pozione magica – qui descritta dalla stessa band come “la colonna sonora di uno spaghetti western surreale diretto da Fellini con una sceneggiatura scritta da Richard Yates”. Per quanto possa suonare pretenzioso è impossibile non lasciarsi irretire da questa suggestione una volta che se ne viene a conoscenza, anche perché i Coral sono dei veri e propri negromanti dello psych-pop, in grado di creare allucinazioni sonore perfettamente credibili. Come se non bastasse, a questo giro sono coadiuvati da un prestigiatore degli arrangiamenti come Sean O’Hagan (High Llamas, Microdisney, Stereolab), qui al suo meglio. Il suo tocco si sente soprattutto negli archi di Cycles of the Seasons, Dream River e del singolo Wild Bird, cui viene concessa una grazia inedita, rispetto al suono garage più randagio e meno lezioso, a cui ci aveva abituato solitamente la band.

Ma l’incantesimo di queste 13 tracce che compongo l’oceano di specchi dei Coral funziona proprio grazie alla combinazione iperuranica di questi arrangiamenti filomorriconiani, mischiati con il suono folk-rock lisergico più tipico della band (che emerge in maniera nitida nella splendida That’s Where She Belongs) e con le atmosfere honky-tonk da cowboy e fuorilegge, reminiscenze del Lee Hazlewood di Cowboy In Sweden, altra fonte d’ispirazione esplicitamente dichiarata dalla band.

Il senso del disco si dipana così attraverso una serie di scatole sonore cinesi ben confezionate, in cui ognuno può scegliere liberamente quale scartare e fin dove arrivare: il film nel film è quello di un attore protagonista che si ritrova sul set di un western in disfacimento. Ma il crollo del set cinematografico è solo un pretesto per una raccolta di brani sulla perdita e sul senso di smarrimento e di alienazione dell’uomo moderno o magari di un paese intero, come l’Inghilterra natia, che dopo la brexit sembra aver perso la propria identità.

Nel mare di specchi della title track c’è “un riflesso di te stesso / che sta chiedendo aiuto”, in Faraway Worlds altri mondi immaginari in cui rifugiarsi, cavalcando il vento verso non si sa bene cosa (North Wind), fino alla capitolazione finale di Oceans Apart, dove tutto diventa ancora più sfumato e confuso. “We are oceans apart”, “siamo a oceani di distanza” o siamo letteralmente “oceani distanti”. “Sento che sto scivolando via, è come se un estraneo avesse preso il mio posto” dice l’attore protagonista, ormai definitivamente perso. Ma la vera chicca è il monologo finale, scritto da Nick Power e affidato alla voce di Cillian Murphy, la star di Oppenheimer (e prima ancora di Peaky Blinders), la cui profondità garantisce solennità al tutto:

È sempre stato così fin da quando ero piccolo
Quando vedo il deserto vedo un oceano
Quando vedo un oceano vedo il deserto
Ognuno l’immagine dell’altro
Un mare di specchi ed eccomi qui
In bilico tra la forma e il riflesso
Tra realtà e finzione
Senza sapere quale ruolo dovrei interpretare
Andiamo oltre la pelle di un personaggio
Superiamo l’occhio e arriviamo all’anima
E alla fine l’unico modo per riconquistare la mente
è scomporla fino all’elemento più crudo della vita e della morte.
Mi sentite? Uscite fuori e aggiustatela

Il disco si chiude riprendendo le note dello strumentale di apertura The Actor And The Cardboard Cowboy, titoli di testa Vs titoli di coda di un film che esiste solo nella nostra mente, oceano e deserto si confondono, così come le onde del mare e le dune della sabbia, ma tra le storie dei cowboy e quelle dei marinai ci sono anche quelle delle persone comuni perse dentro loro stesse.

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