Recensioni

6.3

Sarebbe inesatto dire che alla parata dei rientri dei retromani anni ’00 e ’10 mancavano solo loro, perché in realtà si erano riformati già nel 2013, limitandosi però ai concerti e a due brani nuovi su una compilation: Geldof aveva escluso un disco di inediti perché «non sarebbe interessato a nessuno». Ma poi deve aver cambiato idea (e in fondo non aveva detto che le canzoni non c’erano o non aveva voglia di scriverle), dichiarando che «è quello che le band fanno: le band fanno dischi e gli autori scrivono canzoni» e che in fondo il loro è sempre stato «una sorta di attivismo musicale», appropriato in un mondo come quello contemporaneo dominato dalle grandi corporazioni.

E dunque rieccoli, dopo lo scioglimento di metà anni ’80 causato dagli impegni di Geldof con la beneficenza di Band Aid e dopo una carriera solista del cantante inizialmente molto fortunata, seguita da anni in cui il suo nome è circolato più nel gossip, per le disgrazie legate alla sua ex moglie, che nella musica. Come da copione, anche loro negli anni ’80 avevano visto il loro suono ammorbidirsi rispetto al glam rock caciarone e impertinente degli esordi (anche la hit principale, I Don’t Like Mondays, presentava una produzione enfatica – meglio la scarna versione del Secret Policemen’s Ball, altra iniziativa benefica); e anche qui come da copione, il nuovo disco, non dovendo più inseguire il mainstream, torna al suono degli inizi per accontentare fan, archeologi e nicchia – ma forse i musicisti stessi per primi.

Fino a un certo punto, però: perché se le prime canzoni in scaletta viaggiano sui binari di un glam rock esuberante e fracassone (Trash Glam Baby, appunto, o Sweet Thing – titolo bowiano, tra l’altro), già la terza, Monster Monkeys, parte come un oscuro blues alla John Lee Hooker per poi scivolare con inaudita disinvoltura verso un battito trance house, come se mescolare le due cose mentre si strizza l’occhio a Come Together (quella dei Beatles: i Primal Scream ci sarebbero stati di più) fosse la cosa più naturale del mondo. Il seguito alterna altri ritorni al fracasso originario (i Cramps di She Said No, una Rock ’n’ Roll Yé Yé dal ritornello banalissimo e la strofa dylaniana), lenti (Passin’ Through), il beat ‘60s di Here’s a Postcard e altri mix in scioltezza tra classicità ed elettronica come K.I.S.S., che lo fa alla maniera dei Chumbawamba, e i due brani conclusivi con cassa in 4 e un po’ del loro «specifico baccano» (Geldof), suoni dance e ritornelli anthemici (l’ultima, chiamata come il gruppo, era uno dei due inediti del Best Of che in qualche caso avevano suscitato stroncature nette).

Non tutto è fatto con gusto e ispirazione, ma apprezziamo la sfacciataggine di queste mescolanze sonore che sembrano un modo diverso di continuare a fare casino mentre si parla del mondo.

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