Recensioni

Provo una curiosità morbosa per i priapismi senili delle rockstar. Mi chiedo quale sia il metaforico viagra che le convince di poter reggere la breccia con la verve turgida dei trent'anni coi settanta lì ad un passo. Di stringere il polso del presente e dettare stili stuzzicando fantasie, adrenalina e – d'amblé – ormoni. O se non si tratti piuttosto di un'ossessione, la dipendenza psicotica da un passato più grande e importante di qualsiasi altra situazione proiettabile nel futuro. Mi chiedo anche – soprattutto – quanto il sottoscritto sia disposto a far finta di nulla, a non dar troppo peso, a separare il grano di un passato formidabile dal loglio d'una tristissima fine carriera.
Ecco, Mick Jagger, per esempio: voce, performer e autore della stramadonna, pilastro portante dell'edificio rock che mi staziona tra cervello e cuore e crollerà presumo solo quando mi smangiucchieranno i vermi. Ma, come ben sappiamo, c'è un altro Jagger, il baronetto borioso sir Michael Phillip, titolo più o meno il corrispettivo al nostro cavaliere (e sarà il caso di finirla coi parallelismi ancor prima di cominciare). Uno che da sempre cerca motivi di grandezza al di fuori della incommensurabile combinazione Rolling Stones. Con risultati deludenti (eufemismo), tanto negli album solisti che nelle dimenticabili prove d'attore. E che ci riprova oggi, imbeccato da un miracolato degli eighties come Dave Stewart (principale fautore del fenomeno Eurythmics, nonché produttore piuttosto quotato), assieme al quale ha cospirato una sorta di supergruppo chiamato con ragguardevole senso della misura SuperHeavy.
Idea di partenza: fondere sonorità reggae e indiane, scozzare il residuo appeal di Kingston con quello rampante bollywoodiano e vedi un po' se non t'ipnotizzo il gran bazar del music biz. Ipotesi gagliarda ma forse un po' avventata, cui hanno fatto seguito i dovuti aggiustamenti di rotta: ecco quindi che assieme a Damian Marley (uno dei figli di Bob, chevvelodicoaffare) e al compositore di soundtrack indiano A.R. Rahman, è stata coinvolta nell'operazione anche Joss Stone, apprezzata principessina del soul, tanto caruccia e dotata di timbro ruspante ma ahilei – come molte, troppe cantantesse della sua generazione – espressiva come un manichino dell'Upim. Ci hanno lavorato due anni. Ne è uscito esattamente quello che vi potete immaginare. Impasti tanto sgargianti quanto improbabili di raggamuffin, rock muscolare e neo-soul con digressioni esotiche, col baronetto che – noblesse oblige – s'impone sugli altri spremendosi le sacre adenoidi, sfoderando l'antica sicumera da smilzo nevrastenico che sembra davvero crederci. Formidabile, già. E un po' patetico.
Per un paio di potenziali singoli coi controcoglioni (l'adrenalinica Energy, una Beautiful People che potrebbe rinverdire i fasti della gloriosa Sunshine Reggae a firma Laid Back – si nota il ghigno ironico?) si susseguono banalità confezionate con prevedibilissimo sfarzo (Rock Me Gently, Miracle Worker) e catastrofici scivoloni (una Satyameva Jayate che strizza l'occhio all'independence day indiano – il titolo è infatti il motto dell'India – sciorinando il tipico ecumenismo nazional-pop da inno olimpico). Roba da stendere un elefante (indiano). Ma io niente, cocciuto come un vecchio mulo rockofilo che altro non sono, continuo ad aspettare il colpo d'ala, il guizzo di classe che come la ruggine non dorme mai. E mi tocca accontentarmi d'una Never Gonna Change con le stimmate della tipica ballad semiacustica stoniana, blandamente ebbra, come di meglio ne abbiamo sentite ma almeno ci avverti barlumi di fierezza sgualcita che non ha bisogno di giocare a nascondino.
Un'intrusa, insomma, in questo circo delle immaginifiche ovvietà. Rispetto al quale sono senz'altro più rappresentativi il rockaccio caciarone di I Can't Take It No More – firmata dal solo Jagger, ed è un'aggravante – e l'apoteosi enfatica di World Keeps Turning. Insomma, eccoci qui, senza bisogno di cercare scuse, giustificazioni o metafore surrettizie: SuperHeavy è un album che potrebbe stabilire nuovi standard mainstream. Sulla scala delle cafonate.
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