Recensioni

Sostiene David Toop in Rap: storia di una musica nera che Sugarhill Gang “stavano all’hip hop del Bronx come i Police stavano ai Sex Pistols.” Come non dargli ragione e, in parte, anche torto: un po’ alla McLaren, la scaltra Sylvia Robinson – discografica con un passato da mediocre disco diva – coglieva di corsa l’attimo rubacchiando le rime ai Cold Crush Brothers e la musica a Good Times degli Chic, con cui assemblava un successo istantaneo e un paletto del genere come Rapper’s Delight. Quindici minuti di versi snocciolati da rappers di serie B su di una base suonata dalla house band dell’etichetta (con dentro gente come Doug Wimbish, Skip McDonald e Keith LeBlanc, poi finita a trafficare con Bill Laswell e decine d’altri…) capace di fruttare dollari a palate e milioni di copie vendute.
Niente campionamenti né giradischi manipolato, dunque era sì rap ma fino a un certo punto e nondimeno resta uno dei primi esempi tangibili di un genere che, ai suoi albori, era faccenda di pura estemporaneità. Si allestiva subito li relativo lp per lucrare ulteriormente e mostrava subito la pochezza dell’operazione, meramente passabile e distantissimo dal nascente fenomeno hip-hop com’era ed è, viceversa incline a melliflue ballate disco-soul da tardi Settanta e un lieve impennare funky alla Parliament (che, beninteso, erano di ben altro spessore a dispetto della bontà di Sugarhill Groove). Col torto addizionale di ripresentare il classico di cui sopra in un bignami scorciato di quei due terzi.
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