Recensioni

Il contributo dell’etichetta di Thomas Morr nella (ri)definizione dei canoni estetici del pop in questo inizio millennio è stato consistente e incontestabile, a tal punto che oggi il suono della label tedesca è spesso assunto a termine di paragone per molte produzioni di ambito indipendente e ha spinto qualcuno a coniare il termine “indietronica”, per circoscrivere un approccio compositivo prima ancora che un genere. Non solo, gruppi come Notwist e Lali Puna sono persino riusciti a varcare la soglia delle camerette di molti scenester e suscitare l’interesse di un pubblico più ampio per poi approdare in classifica. Per non parlare di qualche scaltro produttore milionario che già inizia a rubacchiare certi suoni cheap, tipici del repertorio Morr, per arredare i tormentoni planetari di alcune star della musica di consumo.
Se il suono Morr può apparire oggi facilmente sdoganabile, anche per la sua natura pop(olare), in origine costituiva un’idea forte di pop alternativo (alla banalità e al cattivo gusto imperanti), in perfetta sintonia con i moderni tempi del laptop e della rivoluzione digitale. Quale semplice e mirabile intuizione fu l’integrazione strutturale & simbiotica tra certa elettronica – fino ad allora esclusivo appannaggio di solitari sperimentatori – e il vocabolario dell’indie-pop, con quel gusto poi così sottile e tipicamente mittleuropeo! Eppure, come ben sappiamo, nessun fenomeno artistico è esente dall’usura del tempo, ogni musica – per quanto sottoposta alle più varie intepretazioni e riletture – tende a standardizzarsi e perdere parte del vigore iniziale. Effetti questi, che iniziano a essere ben visibili nelle ultime produzioni Morr, sovente ripetitive e segnate da una certa tendenza alla maniera. Ne è un tipico esempio il nuovo album del belga Arne Van Petegem, in arte Styrofoam, uno dei più rappresentativi portavoce dell’etichetta e autore, appena un anno fa, di un gioiellino pop come I’m What’s There To Show That Something’s Missing, che se si dovesse compilare una classifica dei fondamentali dell’indietronica figurerebbe di certo ai primissimi posti.
Nothing’s Lost, il suo quarto album, nasce da una serie infinita di collaborazioni, a tal punto che appena due delle nove tracce che compongono il lavoro portano la firma del solo Styrofoam. La partenza è tutta in sordina con Misguided: sul solito tappeto di electronics, Valerie Trebeljahr dei Lali Puna intona una melodia molle e scontata, cui si alterna, a metà del brano, l’inopportuno rapping di Alias della Anticon, per un accostamento che sarebbe eufemistico definire di cattivo gusto. La stucchevolezza di Couches In Alleys, imbastita da Benjamin Gibbard dei Death Cab For A Cutie/The Postal Service, con la voce del belga martoriata da un effetto di modulazione à la Cher, non migliora certo la situazione. Unici pezzi realizzati interamente da Arne, Ticket Out Of Town e Beequeen provano a dare una sterzata ma a conti fatti suonano più come bonus tracks dell’album precedente, la prima fin troppo prevedibile nella progressione melodica, la seconda eccessiva nell’utilizzo di glitcherie ed effetti da sparatutto assortiti che seppelliscono letteralmente la voce.
E soltanto quando partono le note di pianoforte e il cantato dolente di Your Eyes Only che sembra materializzarsi l’alone di magia e fragilità che avvolge le composizioni del miglior Styrofoam, un’autentica boccata d’ossigeno. Frutto della collaborazione a distanza tra Arne e Andrew Kenny degli American Analog Set, Front To Back è invece una rivisitazione indietronica del synth-pop ’80, tutt’altro che disprezzabile finchè non si perde in uno sdolcinato refrain da boy band. Ben più interessante risulta il quadretto Air di Safe + Broken mentre Anything, sospinta da una ritmica dancey, chiama in causa la vocina caramellosa di Miki Yoshimura dei Pitchtuner per un duetto di una svenevolezza pop sempre sul punto di farsi irritante. I nove interminabili minuti di Make It Mine, a cui non a caso prende parte Marcus Acher – musicista più presente nelle pubblicazioni Morr e trait d’union delle diverse sensibilità che ruotano intorno all’etichetta tedesca – ripropongono un suono ormai trito e ritrito, che sembra aver perso del tutto la sua carica innovativa/innovatrice.
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