Recensioni

Un Sonar, quello che parla islandese, enormemente diverso (ma non per questo meno bello) da quello più celebre e frequentato di Barcellona, come del resto sono diversi l’inverno dall’estate, il mare dalla montagna e la capitale più a Nord del mondo dal capoluogo di Catalogna. Sonar Reykjavik è un festival giovane, di appena cinque anni di età, con un’affluenza che conta circa 3.500 persone (sempre sold out nelle precedenti edizioni, come sold out sono già i biglietti early bird 2018) e forse anche un po’ inesperto.
Non abbiamo capito alcune scelte nella dislocazione degli artisti nelle sale e negli orari di line up. Ad esempio, il set di Ben Klock prima della mezzanotte del giovedì (giorno di apertura del festival) ha stonato come una campana impazzita durante un concerto di musica classica; e lo showcase di Oddisee nel Sonar Complex (dove in teoria si sta seduti), uno dei live più belli visti nella tre giorni, avrebbe potuto essere scambiato con la più lenta, concettuale e bellissima performance di Forest Swords, ospitata invece nel Sonar Hall. Dettagli che sicuramente miglioreranno negli anni a venire e che si possono tranquillamente trascurare se si pensa al resto della produzione: audio perfetto in tutte le sale e servizi sempre accessibili, anche nei momenti di massima affluenza. Per non parlare della location – L’Harpa – che lascia a bocca aperta sia quando la vedi da fuori (imponente, affacciata sul mare del nord e illuminata dai led dalla meravigliosa installazione di Atli Bollason e Owen Hindley) sia quando ci entri (un po’ centro commerciale, un po’ museo d’arte contemporanea).

Quello di Reykjavik è un Sonar fresco anche per il pubblico che lo frequenta: la maggior parte dei biglietti sono stati venduti a chi ancora non ha superato i trent’anni, ma sospettiamo che molti di quelli che saltavano e ballavano sotto i palchi non ne avessero neppure venti. Ma d’altronde questo è soprattutto il momento dei ragazzi di questa età, che non sembravano far troppo caso se dall’impianto usciva rap o techno, hip hop oppure elettronica – ed in fondo (forse) è meglio così: il Sonar Reykjavik ed il suo pubblico (e i giovani su di giri che affollano i tanti bar della città durante le lunghe notti del weekend) avranno tempo di crescere.
Chi invece è cresciuta tanto è sicuramente Helena Hauff che nel suo set, variando con maestria e classe, ha proposto un bel mix di electro detroit e techno, stregando letteralmente il pubblico stipato nella SonarPark, la sala con vocazione più dance del festival. E di classe ne ha senz’altro da vedere anche il sopracitato Oddisee, il rapper e producer americano, che ci ha messo meno di 60’’ a far balzare in piedi tutti i presenti in sala, costringendoli a ballare con lui sulle note del suo ultimo lavoro, The Iceberg.

Non possiamo non citare il live di Forest Swords. La forza e la profondità dei suoni prodotti durante il suo show rappresenta molto bene il territorio islandese: luogo di incontro della placca eurasiatica con quella americana, terra di vulcani e di geyser, di piscine naturali geotermali e aurore boreali. Chiudiamo i nostri highlights con un Vatican Shadow che ha travolto il pubblico con una techno violenta e, allo stesso tempo, ipnotica. 50 minuti densi come gocce di osmio che avremmo voluto non finissero mai. Una nota di demerito va invece ai De La Soul: se in prima battuta sentire le loro famose hit ci ha subito messi nel mood giusto, le continue interruzioni e gli estenuanti giochi con il pubblico, ci hanno fatto, subito dopo, pensare di assistere ad una fastidiosa pantomima.
Ma il Sonar in Islanda è anche Reykjavik, con la sua voglia di fare festa nelle strade durante il weekend, le boutique, i tanti ristoranti e bistro, i vicoli affollati e un porto antico sbattuto dai venti freddi del Mar di Groenlandia, dove a bordo di navi spacca-ghiaccio puoi partire per avvistare le balene – cosa che a noi (purtroppo) non è riuscita.

Gli orari non proprio impegnativi del festival (8 pm – 3 am) consentono anche una gitarella fuori porta, magari sul famoso Golden Ring, che regala un’emozione dopo l’altra, tra bagni termali, cascate, geyser e altopiani lunari. Non è un caso che i vacanzieri siano cresciuti vertiginosamente: più di 1,7 milioni di turisti nel 2016, un aumento del 40% rispetto all’anno precedente e, per la prima volta nella storia del Paese, il turismo ha sostituito la pesca come principale fonte di reddito. Un risultato incredibile se si pensa che in tutto gli islandesi sono appena 300.000. L’Islanda evidentemente ha puntato sulle proprie bellezze naturali e sugli eventi internazionali, in cui le eccellenze hanno trovato ampio spazio – notare la folta presenza di artisti local nella line up del Sonar Reykjavik – per far ripartire la propria economia. Ben fatto. Noi, in Italia, cosa stiamo aspettando?
Contributi di Fabrizio Bandinelli
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