Recensioni

6.7

Non è dato sapere se i Six By Seven oggi sono la maggiore preoccupazione per Chris Olley; dopo il lancio del progetto electro-clash Fuck Me U.S.A. (in tandem con il tastierista James Flower), che è apparso perfino sul palco di Glastonbury la scorsa estate, il dubbio è lecito. Di fatto, non solo la vecchia band si è ricompattata, nonostante l’annunciato – e naturale…- scioglimento di due anni fa, per di più contando il ritorno clamoroso del figliol prodigo Sam Hempton (chitarrista noise che impresse a fuoco i primi due, ottimi e ad oggi insuperati – album, The Things We Make e The Closer You Get).

E’ inoltre uscito, anche se in sordina – as usual: è la dura via dell’indipendenza -, quello che è possibilmente il più sperimentale e “battagliero” – vedi i titoli – dei dischi del gruppo di Nottingham: otto lunghe tracce prevalentemente strumentali, molto trancey e psichedeliche, ricolme di drones alla Terry Riley (Nations), esplosioni shoegaze, ballad tecno-velvettiane (Radio Silence), ossessioni space-kraut alla Spiritualized e blues ambient apocalittici (World Army). Praticamente tutto come al solito, non fosse per un piccolo particolare: mancano il rock (dov’è mai finita la batteria?) e soprattutto il pop. Lo interpretiamo come un bel salto in avanti – o all’indietro, se preferite – rispetto alle deboli derive pseudo-easy-wave o finto-rock degli ultimi anni, e questo è senz’altro un bene.

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