Recensioni

7.2

Furbo ma in fondo sincero, Cameron Crowe era a casa di Kelly Curtis, il manager dei Mother Love Bone, la sera dopo il funerale di Andy Wood, quando gli amici musicisti di Seattle si stringevano l’uno accanto all’altro per farsi coraggio. È allora che pensò di scrivere Singles; doveva essere una lettera d’amore alla Emerald City e alla sua comunità alternativa che lo aveva adottato e gli aveva fatto sentire per la prima volta aria di casa. Il risultato di quell’entusiasmo non è esattamente un film memorabile, se non per gli sceneggiatori di Friends che qualche idea devono avergli rubato. Una commediola gentile che si colloca giusto a metà tra il cinema indipendente e la sit-com televisiva. Non è che Crowe non si giocasse le sue carte, i cameo dei musicisti e delle varie band, la caricatura del rocker grunge cucita addosso a Matt Dillon e qualche vezzo da cinema intellettuale per non farlo sembrare troppo un prodotto hollywoodiano; gli va riconosciuto di avere portato un po’ di leggerezza e ironia nel suo ritratto della scena musicale e della città: due aspetti trascurati per via dell’immagine e delle varie disavventure esistenziali dei suoi protagonisti reali ­– e a proposito, la ristampa di questa soundtrack cade in un momento particolarmente funesto. Due aspetti, ironia e leggerezza, che pur nella sua visione all’acqua di rose il film restituisce alla comunità tanto cara al regista. L’elenco dei suoi meriti finisce tranquillamente qui.

Liquidato il film, poco più di una cartolina cinematografica di Seattle inizio anni ’90 e di un lungo spot in 35 mm per la sua colonna sonora, la colonna sonora stessa è di gran lunga la cosa migliore della pellicola, e l’album a cura della Epic risultava uno dei meglio assortiti tra le compilation a sfondo rock dell’epoca. Se la musica dentro il film era una sorta di bignamino dell’alternative, visto che tra una scena e l’altra si ascoltano pure Jane’s Addiction, Pixies, R.E.M., con qualche optional come Muddy Waters, John Coltrane, Sly Stone, ma pure i Cult, sul disco il cerchio si stringeva intorno al suono di Seattle. Niente Nirvana d’accordo, ma l’ammiraglia delle migliori band autoctone del 1992 era lo stesso ben rappresentata. I Soundgarden si producevano in una Birth Ritual che non sarà stata un capolavoro, ma affilava gli artigli con un riffone grattugiato che non sarebbe dispiaciuto a Tad e un canto di petto di Chris Cornell tutto acuti e potenza da fare invidia a tante ugole metal. Meglio la folk song psichedelica Seasons di Cornell, battesimo solista del cantante e tra l’altro uno dei suoi brani migliori fuori dalla band. Per i Pearl Jam un inedito di pregevole fattura, Breath, e uno di pregevolissima fattura, State Of Love and Trust, stabilmente in cima ai loro brani extra album come riuscita e gradimento, nonché classico dei concerti. Aggiungiamo un numero epico dal repertorio dei Mother Love Bone, il medley Chloe Dancer/Crown of Thorns che chiudeva l’album Apple, e poi il brano migliore degli Alice in Chains di Dirt, Would?, e l’unica quasi hit degli Screaming Trees, Nearly Lost You, da Sweet Oblivion: entrambe anticipavano di un paio di mesi l’uscita dei rispettivi album. Anche i Mudhoney, a modo loro, dicevano “presenti”. Una voce fuori dal coro la loro Overblown; sarcastica e corrosiva, prendeva in giro proprio l’hype che il film contribuiva ad alimentare. «Tutti ci amano, tutti amano la nostra città, ed è per questo che ce ne vogliamo andare».

Non mancava neppure uno sguardo al passato della scena: May This Be Love del figliol prodigo Jimi Hendrix, seattleita doc che solo di ritorno dall’Inghilterra vide finalmente riconosciuto il suo genio, ma rimaneva un nume tutelare diretto o indiretto per tutti i gruppi grunge; e il primo export di successo del rock locale, le Heart delle sorelle Wilson, che figurano come Lovemongers con una cover della Battle of Evermore dei Led Zeppelin. Un ruolo di precursore e di fratello maggiore è attribuito anche a Paul Westerberg; pure se non era di Seattle ma di Minneapolis, il leader dei Replacements si presenta con i suoi primi brani da solista. L’altra figura non cittadina sono gli Smashing Pumpkins di Drown, da sempre accostati al grunge e che nel 1992 facevano pure capolino nel roster Sub Pop per un 45 giri di quelli da collezione del Singles Club. Hype o non hype, si trattava di musica fresca e di ottime canzoni.

La versione deluxe per il venticinquesimo ci ricorda amaramente quanto Chris Cornell fosse coinvolto nel progetto. Per lui addirittura una tripla apparizione nel film (il ruolo di Dillon avrebbe dovuto in origine essere suo); ma soprattutto, il cantante dei Soundgarden aveva scritto un vero e proprio score, compito che si era diviso con Paul Westerberg, e una manciata di canzoni, alcune servite come provini per suoi pezzi futuri, altre rimaste nei cassetti e tirate fuori con tempismo tragicamente involontario. Pezzi più simili a demo, considerando che uno è una bozza di Spoon Man senza band ma già formata a livello compositivo, un altro una prima versione di Flutter Girl che nella sua essenzialità è persino meglio della successiva versione ufficiale di Euphoria Morning. Ma è spulciando tra una Ferry Boat #4, una ballata in modalità Temple of the Dog, e il grunge lo-fi di Missing che viene da pensare. Tutti celebriamo all’unisono il cantante, ma del songwriter si parla meno. La sua penna era notevole, e lo si nota anche da questi leftovers autoprodotti, note a margine di una colonna sonora su cui altri musicisti avrebbero impostato interi LP, per prima tutta la compagnia fake grunge dai Bush in poi, ma non solo loro. Detto di Chris, che occupa praticamente metà del secondo disco, dagli altri cassetti escono fuori pezzi già della colonna sonora ma non dell’album originale, come la Touch Me I’m Dick dei Citizen Dick (il gruppo fittizio di Matt Dillon, in pratica i Pearl Jam sotto mentite spoglie), qualche altra band – Truly e Blood Circus – e versioni live e demo (Dyslexic Heart di Westerberg nel demo acustico somiglia curiosamente di più a Unsatisfied dei Replacements).

Non mi spingo tanto in là da dire che questa ristampa fosse addirittura necessaria, ma ha un senso che sia stata fatta, dal momento che diverse outtake valevano la pubblicazione o sono perlomeno utili a completare il quadro del disco del 1992, a suo modo segno di un’epoca oltre che suo ritratto fedele e originale.

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