Recensioni

6.5

Due anni dopo Fellow Travelers, album di cover che destò impressioni contrastanti circa la salute e la direzione artistica della band texana, ecco arrivare l’undicesimo lavoro lungo per gli Shearwater di Jonathan Meiburg, disco dalle grandi ambizioni costruite col non piccolo aiuto del produttore e percussionista Brian Reitzell, noto per avere lavorato con Air e My Bloody Valentine tra gli altri. Ed è appunto il suono, con la sua enfasi ad alta densità, a colpire fin dal primo ascolto, il modo in cui scolpisce profilati brumosi e romantici col baricentro nel cuore dei tardi 80s, cogliendo in maniera sparsa i retaggi degli Ultravox (periodo Midge Ure), Tears For Fears e dei Talk Talk sul punto di decollare nell’astrazione blues, il vocione baritonale di Meiburg (un po’ Jamie Stewart e un po’ Julian Cope) a condurre le melodie verso immancabili e spesso azzeccate agnizioni (ascoltare la conclusiva Stray Light At Clouds Hill per credere).

Sembrano, insomma, non poco ringalluzziti rispetto agli ultimi lavori, anche piuttosto ispirati se si accetta una inguaribile tendenza al crooning che spinge spesso e volentieri dalle parti dei Roxy Music che preconizzavano il new romantic, vedi Wildlife In America (per il resto quasi una mestizia Waterboys) o Backchannels. Il gioco si fa convincente quando l’artificio diventa una palla di cannone, come nel passo algido e risoluto di Quiet Americans (un John Foxx in fregola Bowie), nel quasi motorik di Filaments (un Brian Eno che spiccia suggestioni bieche Underworld) e in quella Radio Silence che galoppa romantica e urgente come dei War On Drugs incalzati Arcade Fire.

Se a questi ultimi li accomuna il senso per la manipolazione libera di mitologie stilistiche diverse, negli Shearwater sembra però tutto imbalsamato in una posa, esteticamente valida ma intrinsicamente sradicata dal presente, solo e soltanto un bel gioco suggestivo. Non a caso, poi ti imbatti in passaggi troppo accomodanti per essere veri, come la morbida Only Child o la chitarristica Pale Kings (il pezzo che Cope e gli U2 avrebbero potuto fare a cavallo tra ’80 e ’90). Un buon lavoro nel complesso, prodotto con entusiasmo e generosità, pur con tutti i limiti che ci attendevamo da una band che non riesce mai a far quadrare del tutto vocazione radiofonica e ambizione arty.

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