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7.3

Non ricordo, sono tre giorni che non ricordo. Oggi non me l’hanno neanche chiesto se mi ricordassi qualcosa ma non mi ricordo e, a dirla tutta, se potessi muovermi da questo letto, andrei in giro a chiedere di sapere qualcosa di più di me e di quello che è successo. Se è vero che gli incubi restano la miglior sveglia mai inventata dalla natura, gli otto brani, – otto mondi rarefatti di oscuro drone punk – che compongono il debutto discografico dei Serpentu sono la risposta sonora a un’insonnia rarefatta, al desiderio di assopirsi per poi aprire gli occhi e ripiombare ancora nel mondo del sonno.

Il trio, nato dai toscani Mirko Maddaleno (già nei Blue Willa Baby Blue), Lorenzo Cappelli e Alessia Castellano, si forma nel 2017, e oltre a dedicarsi alla scrittura dei brani, porta avanti un lavoro parallelo sull’improvvisazione che ha poi finito per lasciare un’impronta decisiva sulla forma finale dell’album. Un esordio registrato e mixato sulle colline pistoiesi in completa autonomia: dopo che la base di ogni brano era stata registrata in presa diretta nel modo più immediato possibile, il gruppo è poi passato ad una seconda fase di lavorazione, dedicata totalmente alla registrazione e alla manipolazione di improvvisazioni, rumori, suoni e fruscii. Tutto ciò è diventato una sorta di tessuto connettivo all’interno del quale si succedono, senza soluzione di continuità, i brani e i frammenti delle improvvisazioni.

Tanto vicine agli esperimenti teatrali tentati da Teho Teardo, Blixa Bargeld e Chiara Guidi, le composizioni di questo debutto soffiano su un fuoco dronico ricco di lunghissime sbavature che oscillano fra distorsioni, sperimentate da un’ altra realtà toscana, quella dei Solki, e meditativi silenzi a illuminare un vuoto istintuale che racchiude infinite possibilità. Nel tentativo di arginare la dispersione di questa sorta di trance religiosa e psichedelica, la luce lattiginosa e notturna del disco non si esaurisce mai, nemmeno quando la notte sembra imporlo naturalmente. È sempre buio, se ne sente l’odore, il tocco, della notte dei Serpentu.

Otto brani crudi, lenti, oscuri e liberi nella struttura, e una serie di ambienti che si succedono. Mentre il violoncello di Alessia Castellano oscilla fra droni, sperimentazione e romanticismo, le due chitarre di Lorenzo Cappelli e Mirko Maddaleno suonano come se fossero due strumenti diversi: liquida, ambientale e rocciosa la prima, scheletrica, percussiva e ripetitiva la seconda. A definire i contorni dei brani sono soprattutto le voci dei tre musicisti, che spesso formano un unico fascio fra il sussurrare e l’urlare, fra melodia e potente dissonanza, nell’emotività vergata da un violoncello spasmodico e inquietante. Sotto un’ottica ben più oscura e con un dispiego di mezzi ben più distruttivo, il trio toscano – pur non rifiutando l’impianto ipnotico e asfissiante di un sound dark – propone un caleidoscopio estremamente più curato e variegato, che lungo le otto tracce dell’album sfoggia ora riff proto-punk ora cadenze da cingolato simil doom, ora torrenziali distorsioni abrasive di stampo quasi ambient.

Le numerose trame musicali che costituiscono la base per il sound dei Serpentu vengono eseguite impeccabilmente, riuscendo finalmente nell’obiettivo di creare un rituale evocativo e trascendentale. Come ben dimostrato da una sezione percussiva elegantissima, tra pattern ripetitivi e astrali ingerenze, il distacco e l’alterigia delle voci di Castellano e Maddaleno, il calore e la fermezza degli archi suadenti, l’humus a volte ostico delle chitarre, offrono un tappeto babilonico per gli otto racconti di espressionismo sonoro. È nell’alchimia di strumenti e rumorismi sparsi che riusciamo a scorgere il richiamo alla ripetitività ossessiva e astratta del conflitto tra la fisicità del suono (These Words) e il vago onirismo della quiete monolitica (Hold It). Il dadaismo del violoncello e il cantato sussurrato si vestono da dichiarazione d’intenti (Children And Warriors) riuscendo a catturare sin dall’inizio un’attenzione sopita, scardinando l’ascolto leggero per un’acuta e talvolta dolorosa trance sonora di completa soggezione ai protagonisti di questo primo, essenziale, atto. Vibrazioni sonore profonde, droni ambientali e silenti intervallati da rumori quasi impercettibili: quello dei Serpentu è un rumorismo che sfugge a una definizione accademica, intesa nel senso comune del termine, non fosse altro per il fatto che il trio toscano vi sottrae l’elemento più spettacolare, quello del volume. Con estrema grazia la decostruzione (Mother’s Light) dà vita a crampi ossessivi nella trama recitativa del disco, riempiendo il buio con la parola, dura, cupa, tesa. Sono pietre lanciate con la glottide anche laddove la traiettoria strumentale prende il sopravvento. I tre giocano con distorsioni claustrofobiche, melodiose galassie di minimalismo e drone music, lasciando il suono a languire in un limbo oscuro e magmatico in cui le percussioni, implacabili, continuano a battere il tempo in quello che potrebbe configurarsi come un geometrico schema ritmico slintiano.

Questo album potrebbe iniziare e concludere il viaggio spirituale dei Serpentu con un sound monolitico e dirompente, che raggiunge vertici di alterazione nebbiosa per poi rallentare sempre più la pulsione ritmica, lanciando gli ultimi urli agonizzanti della chitarra al cielo, mentre l’album si appresta a concludersi con un prodigio liquido e sospeso. È l’istinto qui che ricerca suoni e impulsi ritmici per liberare la propria espressività, per godere del momento estetico e concettuale dell’ascolto. Ora più vicina ora più lontana da se stessa, la frammentazione armonica distrae, incanta, sublima, accompagnata da un rosario per anime dannate. Le potenzialità elettroniche, la sperimentazione, il gusto trance e avanguardistico dei Serpentu riescono a dar vita a un archetipo estetico in cui l’ambient si lascia contaminare da turbamenti dronici e manipolazioni tonali vicine a nevrasteniche filastrocche.

Due chitarre, violoncello, voci, percussioni e rumori: io sono qui, e nessuno mi chiede più se mi ricordo. Io non mi ricordo e non so chi sono, so solo che di fronte a questo Giacinto Scelsi, padre della drone music e del minimalismo, siederebbe in prima fila, senza applaudire, con i sandali bianchi in bella mostra, e gli occhi lucidi, fra il reale e l’immaginario, pieno di questa straripante invenzione sonora. Anche il giorno e la luce sembrano ricordi vaghi.

 

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