Recensioni

7.2

Una storia americana, quella del buon Steve, che piombava in questo mondo passando per Oakland, California, e imparava a suonare la chitarra a otto anni da un tizio che lavorava nel garage del patrigno. Salvo darsela a gambe un lustro dopo, stanco delle molestie inflittegli da quest’ultimo, vivendo in Tennessee e Mississippi saltando su e giù dai treni, bracciante stagionale che diresti personaggio di Sulla Strada o “hobo” di quelli cantati da Bob Dylan. Già che c’era, suonava dove e come capitava, si faceva amiche Janis Joplin e Joni Mitchell, tirava su due soldi da turnista e ingegnere del suono.

Negli anni ’80 ricompare a Olympia e nel decennio seguente frequenta Kurt Cobain e produce i Modest Mouse; poi si stanca e va a fare il busker a Parigi e in Norvegia. Dove infine, AD 2001, esordiva su disco con tali Level Devils. Altri cinque annetti e vedeva la luce il primo lavoro a suo nome. Così, con calma d’altri tempi – e non poteva darsi altrimenti, datene caratura e vicende – “Mojo” si innamorava dell’uomo e costui era catapultato in serenità sui palchi di Reading e Glastonbury, poi in giro per il globo e sul libro paga della Warner per il seguito discografico.

E insiste ora, dopo un cambio di scuderia, con una sporca, fenomenale dozzina affidata alle certezze e ai dubbi del Grande Paese, attraversato nella varietà del suo spettro, sonoro e non. Non manca nulla tra il Mark Lanegan impolverato di Treasures e la malinconia corale alla Johnny Cash della chiusa It’s A Long Long Way: non rauchi ceffoni hard-boogie un po’ Calvin Russell e un po’ White Stripes e folk-blues da portico; non le ipotesi di Springsteen texano e jazz spettrale però aperto su esaltanti crescendo (Burnin’ Up). Il cane sarà vecchio e i suoi giochi altrettanto, ma sembrano appena inventati per freschezza della scrittura e abilità nel maneggiare le regole. Essendo una passione incontenibile e infinita verso la musica “allo stato puro” l’altro fondamentale segreto

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