Recensioni

Messo sotto il naso l’indie pop del nuovo lavoro di Sindri Màr Sigfùsson e co. e i profumi parlano una lingua decisamente commestibile e digerita. C’è un sottobosco islandese che vuole un artigianato certosino per le proprie canzoni, e una musica che sa della propria terra e che subisce inevitabilmente il fascino delle americhe. Dalla svolta adulta dei Mùm non si torna indietro, dalle coralità canadesi neppure e così, mentre i tempi di elettroniche e astrattismi s’allontanano definitivamente, lo scenario dei Seabear si tinge di un bel folclore a diverse latitudini (fanfare, bandismi di paese, feedle di strada…), oltre alle consuete strutture country e rock.
La particolarità di questi arrangiamenti è la mancata urgenza d’esecuzione (oltre che la loro eccessiva rotondità). Se oggi sembra essere una regola ascritta, per Sindri vale la strategia opposta: docilità e maniera ordinano ogni cosa, persino strofe e ritornelli la cui scrittura mostra non poche perplessità e dubbia personalità. Emblematica a tal proposito l’impalpabilità e la piatta riuscita della nuda ballata piano/voce (e crescendo) Cold Summer, come sgamatissimi gli airbag melodici sia quando si rifanno a Sufjan Stevens (Wooden Teeth) sia quando riecheggiano i Radar Bros (Leafmask).
Il difetto è quello dell’indiepop, del resto l’antidoto di We Built A Fire l’abbiamo capito: certosino artigianato che alle volte si basta e vuole bastarci.
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