Recensioni

Da un po' di tempo a questa parte, dando una scorsa allo spazio recensioni dei magazine specializzati sembra di imbattersi più in un reliquiario che in un contenitore di novità: l'ultimo, doppio ritorno di Tom Verlaine, il nuovo dei Durutti Column e persino dei Buzzcocks (solo per citarne alcuni). Non fosse per il calendario che segna il 2006 e sembrerebbe il tiro mancino di qualche scherzosa macchina del tempo. A tutto questo clamore amarcord non poteva certo sottrarsi il signor Green Gartside, volubile veterano che in carriera ha esplorato – dopo esordi al confine tra suono di Canterbury e avant-funk a là Pop Group – tutte le sfumature pop del suono black e non (dall'errebbi all'hip hop, passando per la battuta in levare reggae), riuscendo nei primi lavori, ma peccando in una seconda parte di carriera che, ad oggi, aveva nell'incerto Anomie And Bonhomie (1999) l'ultimo, sbiadito ricordo. Potremmo quindi anche affermare che, tra tutti i ritorni eccellenti, quello degli Scritti Politti è il più pertinente, in quanto prova obbligata posta a confermare o demolire la nuova vena compositiva della gloriosa sigla.
Dubbio che – meglio dirlo subito – cade non appena la leggerezza pop di The Boom Boom Bap brilla nell'ugola androgina di Green. Vince, sì, questo ritorno (per la cronaca, tutto in solitaria, con Gartside unico protagonista) e lo dimostra l'animo wyattiano (e non poteva essere altrimenti!) di una No Fine Lines la cui unica pecca è nella stringata durata, mentre la discreta Dr. Abernathy ne guadagna, purtroppo, in eccesso; poi c'è lei, Snow In Sun, diretta parafrasi Brian Wilson da consumarsi dopo una giornata nata male. Il reggae, vecchia passione del nostro, si nasconde sornione nella grammatica ancora wilsoniana di Petrococadollar e mai come oggi il retrogusto folky-pop, specie nella bella Mrs. Hughes e Robin Hood, esce allo scoperto. Spogliato delle velleità di un passato ingombrante, Green pare aver (ri)trovato quella vena pop-cantautorale che non aspettava altro per venire fuori; peccato solo per il minutaggio del disco, che poteva essere alleggerito da qualche episodio di troppo.
In ogni caso, se qualcuno ricercava risposte sullo stato di forma del sig. Gartside le troverà tutte in questo White Bread Black Beer che, per inciso, è griffato nuovamente – proprio come i bei tempi che furono – Rough Trade.
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