Recensioni

Zombieland, dieci anni dopo. Columbus, Tallahassee, Witchita e Little Rock sono ancora vivi. Perché? Hanno seguito le regole (cardio, allacciare la cintura, fare stretching, viaggiare in sicurezza e via dicendo). Anche lo scenario intorno a loro è lo stesso del 2009: strade deserte, cumuli di rottami, scarsi segnali di umanità, un’America abbandonata alle sue vecchie glorie. Se non fosse che a cambiare, in questa lunga parentesi che separa il film originale dal sequel Zombieland: Doppio Colpo, sono i percorsi professionali e il livello di autorità e “potere” dei personaggi coinvolti: Ruben Fleischer non è più l’esordiente giovane regista di belle speranze e nel frattempo ha diretto altri tre film (tra cui Venom, campione di incassi nella scorsa stagione); Woody Harrelson è diventato un caratterista per il piccolo e grande schermo; Jesse Eisenberg è passato dall’essere un’icona del cinema indie a protagonista per David Fincher e Woody Allen, oltre che drammaturgo e scrittore; Emma Stone ha vinto un Oscar e seminato ruoli di prestigio con rinomati autori; Abigail Breslin, la promessa di Little Miss Sunshine, è cresciuta costruendo una carriera un po’ in ombra. L’atmosfera da festeggiamento dell’anniversario è evidente ed è un pretesto per riunire – miracolosamente, vista l’agenda fitta di impegni – tutto il cast e il team tecnico, ma è altrettanto palese la mancanza di idee da suggellare in una trama arrugginita che si muove su un territorio quasi bruciato.
Il trucco dell’autocitarsi, già utilizzato in Benvenuti a Zombieland, e della meta-commedia che si fa beffa dei suoi stessi schemi, funziona a intermittenza, rivelando i limiti di un’operazione a cui nemmeno la penna di Rhett Reese, Paul Wernick e David Callaham può rimediare. E stiamo parlando del duo che ha scritto il franchise di Deadpool (pure lì autori di un secondo capitolo davvero poco ispirato), quindi la ragione del fallimento è da rintracciare nella natura stessa di un’industria dove, come ha ribadito di recente Martin Scorsese, nessuno ama prendersi dei rischi, dove non si contempla il mistero e il pericolo emotivo e il film vengono realizzati per soddisfare una serie specifica di esigenze. Qui in particolare di quella fetta di pubblico affezionatasi al cult movie del 2009, a sua volta rivalutato grazie al passaparola e al mercato homevideo. Gli attori ce la mettono tutta ma il ritmo è stanco, i colpi di scena assenti e le battute ridondanti. Se sia o meno una scelta voluta, di certo non cambia il risultato finale, che pure sembra ammirevole e decisivo per la capacità di replicare la riuscita dell’originale.
Che dire invece del dispositivo del narratore interno, Columbus, che spiega allo spettatore le regole e ci invita a partecipare alla sopravvivenza del genere umano? Perfino questo escamotage, non particolarmente brillante, diventa un po’ noioso. Efficace sì, ma ripetitivo. Gli elementi davvero “nuovi” di Zombieland: Doppio Colpo meritano una riflessione a parte, perché sono più idee concettuali che veri e propri personaggi: c’è la ragazza svampita parodia delle valley girl (un omaggio a Paris Hilton, tanto per rimanere in tema revival anni duemila?) interpretata da Zoey Deutch, che è bravissima – e lo sapevamo già – e il futuro della commedia americana; la donna tosta di Rosario Dawson utile a formare un’equazione romantica con Harrelson ma di fatto inconsistente e sotto-sfruttata; Luke Wilson e Thomas Middle nei panni dei doppelganger di Tallahassee e Columbus, Albuquerque e Flagstaff in una scena che si protrae senza forza comica; infine un hippie di nome Berkley, che come quelli elencati finora viene sacrificato da un andamento episodico a intervalli regolari.
Film sugli zombie bloccato nel passato, questo sequel sembra incitare una riflessione sulla necessità di Hollywood di tornare sui successi di ieri senza produrre nuove narrazioni e contenuti in grado di restituire i mutamenti della società e delle persone che la abitano. Come una famiglia sistemata e soddisfatta ormai priva di qualsiasi stimolo verso la ricerca o direzioni da prendere, che poi è il cuore di Doppio Colpo, il suo sottotitolo invisibile, e l’unico punto da cui poter iniziare una seria discussione.
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