Recensioni
Annus horribilis questo 2010, almeno a giudicare dai troppi trapassi che ne hanno funestato questa prima, scarsa metà. Tra i tantissimi, anzi tra i primi visto che risale al 30 dicembre 2009, c’è da segnalare anche quello di Rowland S. Howard, comprimario di lusso di quel rock australiano maledetto e rinnegato che ha segnato l’ultimo trentennio. Ecco così che il compianto chitarrista consegna involontariamente a questo Pop Crimes il proprio epitaffio.
Un disco che, seppur carico di ovvi significati emotivi, non può prescindere dalla temperie musicale in cui il Nostro è cresciuto: dai seminali Boys Next Door/Birthday Party ai Bad Seeds del sodale Nick Cave (pur non facendone mai parte materialmente) passando per Crime & The City Solution e These Immortal Souls, senza contare le mille collaborazioni con Lydia Lunch, Einsturzende, Barry Adamson e tanti altri ancora. Come a dire tutti gli stadi intermedi che dal post-punk più isterico e bluesy arrivano a una moderna forma di pop-song dall’eleganza mitteleuropea.
Nonostante questo evidente e ingombrante background, Pop Crimes si mostra perfettamente compiuto nelle trame ricercate e nella raffinatezza di fondo. A risaltare sono la fine eleganza strumentale messa al servizio di un mood gothic, appassionatamente oscuro e dal taglio mitteleuropeo e un songwriting maturo, composto, da crooner esistenzialista: che siano ballads in coppia (l’opener (I Know) A Girl Called Jonny con Jonnine Standish degli HTRK), incessanti torch songs (Nothin’) o cavalcate badseedsiane (Life’s What You Take It e Pop Crimes), Rowland S. Howard si dimostra artista di spessore, dalla sensibilità profonda e di cui sicuramente si sentirà la mancanza. Buon viaggio.
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