Recensioni

6.8

Che cosa sia oggi la musica di Regina Spektor è impresa non semplice. Giunta alla sua sesta uscita ufficiale (ma mettere ordine tra selfproduction e reissues non è così semplice come potrebbe sembrare), l'artista nata a Mosca ma naturalizzata americana propone undici brani multiformi e difficili da incasellare. Prendete Firewood: inizia come una classica ballad per piano e voce, memore tanto della lezione dell'amata Billie Holiday quanto della cornflake girl Tori Amos, ma verso la fine, quando tutto sembra essere prevedibile, si arrampica verso l'alto, in una piccola scala ascendente che fa brillare tutto il resto di una luce leggermente diversa.

Il tono dell'interno disco è quello dell'ambiguo, tra un suono pronto per il mainstream e le sue reminescenze anti-folk, la cultura musicale tutta newyorkese in cui è cresciuta come musicista e cantante. Prendete la presa per i fondelli di Oh Marcello, con tanto di finto accento italiano e human beatbox: sarebbe potuta stare tranquillamente in disco dei Moldy Peaches. Salvo che è tutto perfettino, laccato, privo di sbavature e di quell'approccio lo-fi che ha caratterizzato Kimya Dawson.

Eppure, quando si mette nei panni della tradizione, rimane comunque credibile, basti sentire il tocco Randy Newman che esce in alcuni brani (How, Small Town Moon, la stessa Firewood). Funziona soprattutto quando si fa beffe del cantautorato francese e di tutte le Feist in un sol boccone (Don't Leave Me (Ne Me Quitte Pas)) o quando emette suoni che non sono ammessi al desco di Tin Pan Alley ma che in Open sembrano assolutamente la norma.

Il gioco di equilibrismo tra classico e weird/anti regge perché la voce della Spektor è sublime e lei ha uno spessore da performer cresciuta sui pachi off di New York che fa sembrare tutto credibile. Personalissima anche questa sesta proposta, ma il tutto sa di un pianificato che non riesce davvero a emozionare. Certo, se ora approdata a una capacità espressiva tale ci mettesse anche il cuore, non ce ne sarebbe per nessuno.

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