Recensioni

Schiudersi. Se dovessi sintetizzare all’estremo il suono di questo ventiduenne dalla pelle chiarissima sceglierei questo verbo. Perché le canzoni di Rareş, i suoi suoni, i movimenti della sua voce si schiudono manifestandosi come come piccoli schiaffi di una mattina umida e imbronciata. Arriva da Marghera, studia a Bologna e ha origini rumene Rareş Gabriel Cirlan, che non è un nome d’arte e ha confezionato un esordio quasi perfetto.
Le chitarrine jingle jangle ricordano il primo Mac DeMarco, una cosa difficilissima se si guarda a distanza: fare il gigione e farlo seriamente, mettendo ogni suono al proprio posto, assicurando una pulizia nella produzione che si nasconde dietro l’idea del debutto innocente. Curriculum Vitae ondeggia come una gondola tra afflati soul e gusto r’n’b non perdendo mai d’occhio il mondo pop e funk. Pronuncia secca, gran voce dal retrogusto soul, un cantato sghembo e spezzato che fa della scansione in sillabe un vero e proprio punto di forza. È tutto molto sinuoso il mondo di Rareş: una malinconia che non ammicca al passato ma guarda al presente con sapiente sicurezza, grazie anche alla produzione intelligente e cristallina di Halfalib.
Qualcuno lo ha definito soul lagunare ma Curriculum Vitae è un lavoro nato dall’esigenza di realizzare un’opera che fosse suonata al 100%, non affidandosi a facili scorciatoie digitali ma sviluppando invece un percorso evolutivo delle canzoni che ha sempre inizio da una chitarra e dalla voce al naturale del giovane artista. verso sonorità più soul, appoggiate anche su una voce calda ed elastica, assieme alla voglia di guardare sempre un passo avanti, senza lasciarsi influenzare dalle mode del momento… non cede alle regole a volte semplicistiche della radio. Il respiro internazionale del sound del pezzo e la costante attenzione alle parole e al messaggio accendono la curiosità per quello che potrebbe avvenire tra qualche tempo nel mondo del giovane cantautore con gli occhiali. E così, quando la batteria incontra dolcemente il piano Wurlitzer o i tasti del Rhodes, il sound del veneto sembra trovare conforto e certezze in una dimensione più americana, flirtando con soluzioni sì già testate ma traducendo un certo sentire italiano nella scelta di un cantato spezzato, memore del buon esperimento portato avanti dal nostro Ghemon.
L’inizio affidato a Spalle più dimostra tutta la maturità del progetto: la voce è calda, sicura, non si perde in virtuosismi inutili e detta le coordinate del disco con piglio neo soul; post-adolescenza, solitudine, dolore fisico e psicologico. Ecco, saperne parlare con onestà potrebbe non rivelarsi semplice ma il nostro sembra non cadere nel tranello del diario a cuore aperto. Le chitarre si impongono subito come centro della melodia, sono essenziali, prediligono i riff corposi, brillano i rullanti che si incastrano su bassi tanto sgangherati quanto efficaci, e si aprono a ritornelli non troppo banali. La ballad Maldestra vive di un morbido flusso ritmico che sviluppa tutta la malinconia dei primi rapporti impacciati e sinceri, del desiderio di fissare su carta l’estasi di un corpo. Dai cori vibranti e struggenti scritti e cantati da Marco Giudici in Pallore al contraltare drammatico e tormentato di Mamma Banane, la voce di Rareş supera barriere e stili, abbracciando il nervoso contrasto di riff à la Vampire Weekend nella rotonda e ciclica orchestrazione di Io non ho parole in più. Fra momenti più confidenziali e dolci fischiettii, l’incedere spigliato ed esplosivo delle composizioni minimali del disco rivela tutta la laboriosità che si nasconde dietro a questo esordio. Rendere lo scontro con l’eta adulta un’opportunità di liberazione e (auto)comprensione dona ai brani quel sapore da autentica opera prima. Il crepitio soffuso di Vene più chiude il disco come uno schiaffo che si trasforma presto in carezza; che poi il crescere è proprio quello, prendere schiaffi e renderli dolci soffi che prima o poi non ricorderemo più.
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