Recensioni

Senti (e vedi) il singolo Wanderlust e ti viene da pensare che questa ragazza si sia messa in testa di proseguire nel solco lasciato deserto da Goldfrapp, ammesso che la cara Alison abbia mai avuto consapevolezza di dove volesse arrivare e come farlo. Comunque, c’è questa idea di pop evoluto, la melodia accattivante ed enigmatica, i suoni studiati per destare meraviglia e sconcerto grazie ad accorti retaggi 80s e 00s, le ansie robotiche del passato catapultate in un ‘futuribile indistinto’ che diventa scenario di coreografie stilizzate, affascinanti. Ma il resto del programma di questo Arrows – opera seconda, a quattro anni dall’omonimo esordio – è nient’altro che fuffa. Una velleità dietro l’altra.
Questa ventisettenne biondina vorrebbe convincerci di saper coniugare ricerca e orecchiabilità, ma non fa altro che decalcomania grossolana. Vedi l’estro Moroder un tanto al chilo di Disco Damaged Kid e Falling, oppure gli Human League col piano Coldplay a fuoco lento di Subsequently Lost, o ancora il tentativo di abbozzare atmosfera Sigur Rós via Peter Gabriel di Machines: un po’ come azzardare affreschi con gli uniposca. Il tutto cantato come da prassi radiofonica, innocua e senza slanci. Meglio sarebbe stato ammainare la bandierina avant, spacciarsi – chessò – per una nipotina zuccherosa di Cindy Lauper irretita dagli A-ha (Colours Colliding), invece di professare una stanca eleganza (Silver Lining) che ottiene solo di farci rimpiangere la franchezza pop di una Kim Wilde.
Bah. E pensare che qualcuno è arrivato a definirla “la Kate Bush del ventunesimo secolo”. Bah e ancora bah.
Amazon
