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È Petre Inspirescu (rumeno di Bucarest) la guest star del nuovo Fabric. Conosciuto anche con l’alias di Pedro e sulla scena dal ‘99, il Nostro ha prima animato e fatto esplodere la scena dance rumena in coabitazione con Radoo e Raresh (con cui ha fondato la label a:rpia:r) e in seguito esportato il suo suono in tutta Europa animando il Circoloco di Ibiza (e rapendone i suoni, di Villalobos su tutti), mandando in stampa su Vynil Club una hit mondiale come Sakadat e successivamente accasandosi alla Cadenza di Luciano.

Il nuovo Fabric, fatto solo di pezzi suoi e prodotto con l’ausilio di tre musicisti (viola violoncello e pianoforte), porta i tratti somatici e i segni di tutto il background che negli anni Petre ha costruito. I tratti di una sapiente cultura classica nell’arrangiare violini e pianoforti (Lumiere), il groove minimale fatto di lavoro sul basso profondo e pulsante (La Cuba), i composit minimal techno sul pattern ritmico Heatrob, Adam Beyer, ma anche Matt John e persino le prime produzioni del buon Marco Carola (Basso Ostinato, Vastu da Gama). Fanno capolino anche il primo Pantha du Prince, ritmi ibizenchi e cinema d’essai (Flurimba, Seara-n Crang), violini gitani, lirica e malinconia nella bellissima Anima (qualcuno ricorderà Viktor Casanova e la sua Italo Boyz, occhi chiusi e brividi programmati), forti richiami alla terra di casa ma anche il balearico ambientale della insonne “Eivissa”.

La minimal torna al Fabric con quel suono un po’ datato e un bagaglio di nostalgia assopita. Lo fa in punta di piedi, leggera e spogliata delle contraddizioni del caso (decostruzione del suono fino alla non ballabilità su tutte). Peccato per l’età e il tempo che scorre inesorabile: sei anni fa questo 68 poteva valere un disco dell’anno, ora vale più o meno come una serata con gli amici di un tempo, aggrappato al senso nostalgico di chi una volta sentiva e ora, al passo coi tempi, ascolta altro.

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