Recensioni

7

Dopo uno split su vinile datato giugno 2014 assieme alla industrial black metal band Diapsiquir, Famine e soci tornano quest’anno con un nuovo lavoro targato Peste Noire, il terzo uscito per La Mesnie Herlequin dello stesso Famine. Se il nuovo sound di PN ci aveva abituato, negli ultimi anni, a sperimentazioni goliardiche e poliedriche come quelle delle due opere che precedono questa ultima uscita, La Chaise-Dyable è un ritorno sulle scene molto più intimista e malinconico, che ha la sua forza nell’oramai inconfondibile scream parlato del leader e nelle sue chitarre inarrestabili, creatrici di una fitta rete di riff ed arpeggi ipnoticamente marci e dal viscerale retrogusto amaro. L’approccio più scarno dell’album si evince anche dal numero di collaboratori, che dalla folta compagine del vecchio “circo” Peste Noire si riduce qui a due sole presenze, il solito Ardraos alla batteria e alla fisarmonica e la ormai fissa presenza femminile di Audrey Silvain alla voce.

La figura imponente di Famine è qui la vera protagonista, con le sue urla marce e strazianti scambiate anche con un cantato pulito dalla forte connotazione tragica, ma anche con le sue chitarre acustiche ed elettriche, che creano un tappeto ipnotico, potente e vorticoso. Se l’album apre con le atmosfere di una campagna all’alba di Avant Le Putsch, premessa per una partenza arpeggiata dal piglio pop-rock in un duetto acustico/elettrico sul quale si staglia la voce pulita di Famine che tende, proseguendo, a sporcarsi sempre più, con la successiva Le Dernier Putsch veniamo invece investiti da blast beat tipicamente black, distorte falciate chitarristiche su ritmiche sostenute e rapide, acuti riff collosi e vorticosamente ipnotici dal suono grave e dilatato. L’andatura è sempre quella classica di Peste Noire e della scena francese in genere: lunghe suite di riff ribollenti ed allungati, sui quali si staglia il particolare scream di Famine, mattatore istrionico teatralmente impegnato in urla, monologhi, risate e fischi viscerali e marcescenti. Anche la successiva Payés Sur La Bête viaggia sulle stesse premesse, black metal dall’impostazione classica su monologhi gutturali, trasformati in ululati sporchi e avvolti verso il finale dalla dolce voce della Silvain e da stop and go e riff sempre più acuti.

La parte più sentita ed intensa del lavoro parte con Le Diable Existe, nove minuti nei quali veniamo annegati in riff ridondanti e taglienti, ipnosi black divorate dallo screaming e dalle urla viscerali di Famine su ritmiche serrate di basso e batteria. Una selva intricata di arpeggi marci e acuti, tristi e malinconici, ipnotici e portatori di melodie che attanagliano i timpani, in una danza infinita ed oscura. A seguire lo struggente riff di A La Chaise-Dyable, ballad triste dove screaming disperato, chitarra arpeggiata e fisarmonica si fondono in un perfetto abbraccio emozionale, esplodendo poi tutti assieme in passaggi dilatati e di forte impatto.

Famine alterna lo screaming a monologhi puliti, ma sempre con una vena di malinconica disperazione che ricorda molto l’approccio depressive rock degli Apati. Quand Je Bois Du Vin apre con una ballata folk che ha come protagonisti Famine e la Silvain, in un duetto che sfocia in un’accozzaglia di riff acuti che danzano assieme alla fisarmonica, un connubio eccezionalmente azzeccato che fa respirare aria di Francia in ogni nota. La chiosa di Dans Ma Nuit (2nd Version) contiene invece un folk distorto, dalla ritmica imprevedibile, assieme a note di fisarmonica bombardate dalle urla di Famine. Seguono assoli schizofrenici, il tutto sulla solita melodia colloidale che porta uno sperimentalismo distaccato dalla potenza black degli altri pezzi.

L’album presenta un ritorno alle vecchie sonorità di Peste Noire, peregrinazioni infinite di chitarre ipnotiche che tutto comandano e che preferiscono puntare di più sulle atmosfere create, piuttosto che sulla potenza espressiva, elemento comunque presente sia nella teatralità della voce, sia nel complesso arazzo di riff e ritmica. In questo caso le scelte melodiche sono molto più emozionali e viscerali, e creano un album dal forte impatto emotivo che mette in luce un Famine molto più intimista ed ispirato rispetto alla goliardia dei lavori precedenti. Con una sempre forte connotazione nazionalista nei contenuti e negli artwork, l’album spicca più che altro per il suo rinnovato sound, un cambio di sonorità che non è nuovo per una band che ci ha abituati da sempre a repentine inversioni.

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