Recensioni

6.8

Se dessimo retta soltanto al titolo, Choir Of Echoes, l’ultima prova dei Peggy Sue sembrerebbe solo l’ultima nella marea di uscite discografiche che attingono a piene mani dai migliori esempi del folk pop di prima e ultima generazione, con brani che preannunciano la ripresa di una formula fatta di cori, voci soavi e melodie eteree. Una formula, questa, diventata ormai il punto di partenza di molti gruppi, che porta inevitabilmente ad immaginarsi – anche se, fortunatamente, solo prima di ascoltare – ulteriori emuli della scena alternative folk degli ultimi anni. Grazie al fatto che i tredici brani del disco si presentano ripuliti da quella patina sixties debitrice al sound bucolico e visionario del british folk più classico, tuttavia, si coglie nel disco un afflato maggiormente rock, dove il suddetto coro di echi si realizza in un sound che cita dream e wave, incanalato in una forma canzone tradizionale ma mai troppo attenta ai limiti e alle imposizioni.

E così salta alla mente il nome della songwriter più illustre della Terra D’Albione, quella PJ Harvey la cui presenza – anche se mai esplicitamente dichiarata – rimane costantemente a guardia del trio, quest’ultimo non a caso composto per due terzi dall’anima female-rock di Rosa Slade e Katy Beth Young, oltre che dal batterista Olly Joyce. Il risultato sono pezzi divisi tra atmosfere folk, in cui le voci femminili si intrecciano fino a tessere quel già citato gioco di cori ed echi, e perturbazioni wave/blues, il tutto unito da un’ottima capacità nel costruire melodie di facile presa, pop nella forma ma genuinamente indie nella sostanza. Sembra che il trio abbia voluto abbandonarsi alla leggerezza e all’improvvisazione, in un interessante ibrido di generi che pesca simultaneamente dai Sonic Youth – ad esempio nella vena elettrificata di Figure Of Eight ed Esme – come da Fleet Foxes e First Aid Kit, come ben mostrano How Heavy The Quiet That Grew Between Your Mouth And Mine e Idle: episodi che evitano di imitare a tutti i costi la pace bucolica dei suddetti, sostituendola invece con un’inedita verve rock. Altrove, è il pop rumorista e sperimentale in aria Cocorosie a costruire l’essenza dei brani, ben evidente in Two Shots (uno degli episodi più riusciti) ed Electric Light.

I Peggy Sue mostrano buone capacità nel dosare influenze e riferimenti senza cadere nella trappola del puro citazionismo, con l’unico rimprovero dell’assenza di un paio di singoli che siano in grado di catturare l’attenzione al primo ascolto. 

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