Recensioni

Visti con gli occhi del presente, i dischi dell'ascesa Zeit e Self suonano tanto come l'affilatura preparatoria delle armi techno e minimal. Quelli erano gli anni dei "lavori di ottima qualità", ma la dimensione da star di cui gode oggi Paul Kalkbrenner è esplosa di fatto con il riuscitissimo progetto Berlin Calling, il film diretto da Hannes Stöhr che lo ha visto nel ruolo di protagonista principale (un dj berlinese che cerca di sfondare) e soprattutto autore della (lo diciamo a denti stretti) strepitosa colonna sonora. Tralasciando il privilegio di esser stato scelto tra tanti per un'opportunità tanto ambiziosa e stimolante (conquista ottenuta per merito: Stöhr era stato conquistato proprio da Self), il film aprì al grande pubblico un ampio squarcio del mondo clubbing berlinese, e la soundtrack fu il picco irripetibile con cui Kalkbrenner vergò la lettera d'amore per la propria città, realizzando il mix perfetto di malinconia deep ed entusiasmo notturno peculiare dell'ambiente tedesco.
Dopo averne sollevato il coperchio, oggi il dj tedesco è determinato a dar fondo alla pentola d'oro (sarebbe stato sciocco non farlo) e le nuove produzioni della neonata Kalkbrenner Musik vanno proprio in questa direzione: il 2010 – A Live Documentary, registrato nei backstage delle tappe del suo ultimo tour, e il nuovo lavoro in studio stanno puntando tutto a disegnarsi come oggetti di culto della techno germanica. Icke Wieder vuole dunque bissare il successo di Berlin Calling giocando sugli stessi punti di forza: livelli di produzione da urlo, rifiuto di formule di ascolto articolate o innovative e brani a presa immediata, pescati a mani nude dalla club culture metropolitana e precisi tanto nel trasmettere la sadness cittadina quanto nell'esaltarne la piega dancey.
Difficile negare come un'apertura come Boexig Leise, coi suoi 4/4 di decadenza autunnale, sia esattamente quello che il pubblico si aspetta da Kalkbrenner. E anche brani come il singolo Jestruepp o Sagte Der Baer incarnano il volto più elegante e suggestivo della techno made in Berlin, in cui durezza industriale e assetto geometrico rispondono in assonanza alle esigenze liberatorie della metropoli moderna. Quella di ripetere un capolavoro forgiandone un gemello è però impresa (quasi) impossibile, e il risultato è che il disco si imbatte a tratti in pantani di manierismo, soprattutto nel suo versante techno-core: con Schnakeln o Des Stabes Reuse l'ascolto inciampa su combinazioni semplici e statiche, in cui l'assenza di una spinta creativa mette in risalto l'animo poco coraggioso dell'album. Sono imperfezioni che è possibile mimetizzare in opere di fattura impeccabile (e Icke Wieder rientra in questa categoria) ma che non si possono eliminare totalmente.
In una strada battuta da tutti in lungo e in largo ci sono solo due modi per mettersi in vista: cercare la novità, o perfezionare uno stile già formato. Negli ambienti techno teutonici, della prima via si sta occupando Kadebostan; Kalkbrenner ha scelto la seconda e merita ancora grande rispetto, a patto che si fermi prima di toccare il fondo della ripetitività. Lui ha la nostra fiducia a tempo, noi un altro disco da tenere in loop perpetuo.
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