Recensioni

Le vie della follia sono (in)finite. Sembrerà crudele ammetterlo, ma molto spesso, per un beffardo paradosso, l’arte migliore proviene dagli oscuri recessi della psicosi umana, da uno stato di depressione o di difficoltà; se è vero che “il sonno della ragione produce mostri”, come ammetteva Goya – non senza una certa dose di ragione a pendere dal suo lato della bilancia – è anche appurato che un artista, un performer (oppure anche un atleta, perché no), sia spinto a dare il massimo in un momento di estrema difficoltà personale; la grande storia della musica sembra dare ragione a questa teoria: abbiamo visto fiorire grandi opere in deserti di depressione, ma in un certo senso ne hanno beneficiato un po’ tutti – mi viene da pensare agli Stones che, allontanati dalla madrepatria e mandati al confino dopo una serie di grossi guai giudiziari, scrissero e misero su nastro la loro opera più verace e sporca, ma tremendamente diretta, Exile on Main St., o a Townes Van Zandt, cowboy e viveur consumato che ritraeva con lapalissiana crudezza (e a tratti docile poesia) la Grande Provincia Americana (anni luce prima degli Eitzel o dei Kozelek del caso), da sempre tormentato dalle sue dipendenze (alcool ed eroina), e spentosi nel ’97, nella mestizia della solitudine, dopo un lungo calvario; oppure il nostro cero votivo va a Syd, altro outsider per eccellenza, allontanato verso la fine degli anni Sessanta (e in perenne ascesa) dalla tribù per via del suo irrecuperabile stato di confusione mentale, ma autore maldestro e svogliato, a sua insaputa (e grazie proprio all’aiuto di Gilmour e Waters), di due degli album che più hanno contribuito a definire il sound psichedelico, ma che oltre a ciò hanno offerto un ritratto fedele e spaventosamente chiaro della personalità complessa e frastagliata di uno dei più grandi menestrelli perduti della storia del rock.
Insomma, potremmo andare avanti per ore, ché di opere del genere ne sono uscite molte; ma il fatto che le accomuna, e che le rende così affascinanti, a priori dalla dietrologia e dalla grossa sacca di aneddotiche varie che si portano appresso, è che queste opere suonano vere e tangibili, così umane e fragili, e allo stesso tempo sublimi, alle orecchie degli ascoltatori, proprio perché governate da un’urgenza che raramente si trova in opere ben più costruite, pre-impostate. Ma perché la follia è un elemento così importante, nello spirito, nel corpus artistico di un autore? Solo un anno fa, la chiacchieratissima opera magna in continuo mutamento The Life of Pablo risucchiava il buon Kanye nelle spire della follia, mostrandoci il re mida della pop music contemporanea in un preoccupante stato confusionale, divorato dalla delirante convinzione di essere uno e trino.
Uno come Mike Angelakos, voce e deus-ex del progetto electropop Passion Pit, non avrà certo il peso specifico di Yeezy nelle gerarchie del pop americano e mondiale, ma di sicuro l’ultima opera che porta la sua firma, Tremendous Sea of Love, presenta delle analogie (e dei contrasti) con l’album in continuo cambiamento. Quest’ultima prova in studio arriva a due anni dal precedente Kindred, album basato sui ricordi d’infanzia (come il titolo suggerisce) e teso, a livello lirico, ad analizzare le complesse dinamiche familiari e personali del Nostro, reduce infatti da un lungo percorso di riabilitazione psichiatrica; Tremendous… è un album che parla (anche) di questo, del disagio mentale, ma sembra illuminato dal fuoco della speranza, dalla possibilità di trovare una via d’uscita, in fondo al tunnel. Questa via d’uscita è la provvidenza che si manifesta sotto forma di una rinnovata fiducia nei confronti delle persone care – in poche parole, l’amore: il brano più significativo posto nella prima metà dell’album è Hey K, dove “K” sta per Kristina, l’ex moglie di Angelakos, che ha salvato quest’ultimo da svariati tentativi di suicidio, e l’ha coadiuvato nel suo percorso d’uscita da uno stato di depressione.
Tremendous Sea of Love cela quindi parte del suo fascino e della sua potenza evocativa nell’elogio della speranza, della redenzione, dell’amore, ma è anche un album che, vive e nasce grazie a compromessi; il disco è, come i sopracitati, figlio di un’urgenza che raramente si trova presso artisti cervellotici e tesi alla realizzazione del suono “ultimo” come Angelakos: ritrovatosi senza etichetta, il Nostro decide infatti di rilasciare l’album in free download tramite i social, in cambio di retweet del neuroscienziato Micheal F. Wells, in prima linea per le conquiste nel campo della ricerca. I brani che lo compongono sono perlopiù realizzati nell’arco di poche ore, privi di layer sonori, sovraincisioni e rimaneggiamenti di sorta – in ciò, potremmo ancora affermare che rispetto a Life of Pablo è decisamente un’opera all’antitesi. «Revisions are important», scrive infatti Angelakos nella sentita lettera rivolta ai fans nel momento della pubblicazione delle tracce, «but we’re so good at revising, so concerned with presenting a perfect version of ourselves that we miss the point»: questa è l’iperbolica immediatezza che aleggia nelle 10 tracce dell’album, così schiette ed umorali (la pseudo-techno condita di EDM di I’m Perfect, oppure l’intimo e soul midtempo di You Have the Right), ma che allo stesso tempo si presentano negli abiti patinati del pop (The Undertow), o in quelli sgargianti dell’house e della disco music, come da tradizione (l’opener Somewhere up There).
La title track, con le sue spirali ambient, i gorgheggi al vocoder e il suono del rilassante moto ondoso che si distende in sottofondo, pare segnare una nuova, rinnovata speranza nell’esistenza di Angelakos; la voce dell’ex moglie fa capolino tra i solchi dell’album, intrappolata nella resina granellosa di una segreteria telefonica. È un album di ricordi, e per quanto possa sembrare melenso, eccessivamente pop-oriented o cheesy, cela un’anima che ha un peso specifico, ed è terribilmente tangibile. Andateci cauti, e buon amore a tutti.
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