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Sono malinconiche e alienanti le visioni di Pariah nel suo primo album lungo, Here From Where We Are, pubblicato dall’etichetta costola del Fabric, Houndswooth. Dopo tre EP di house melodica e il sodalizio a colpi di martellate techno con Blawan nel duo Karenn, il britannico sceglie la via dell’ambient per far risuonare – si legge in press release – «una serie di personali riflessioni, reazioni e risposte». Le sensazioni provate da Arthur Cayzer spaziano da una quiete apparente (Seed Bank) alla tensione distopica di Log Jam, improvvisazione tesa e visionaria, un susseguirsi di toni e arpeggiatori industriali su un tappeto di note profonde. Techno senza ritmi di pregevole fattura.

Per il resto, il lavoro, che gioca molto sui classici stilemi di un ambient macchiata da uno spirito new-age, tra distese di pad e bordoni dall’aria grigia (Conifer), guadagna in fantasia quando disegna uno scenario sci-fi (il climax di arpeggi plastici sotto la pioggia di Rain Soup), come se volesse rappresentare i paesaggi urbani di Blade Runner. L’esempio più lampante è nelle progressioni di synth in stile Vangelis di At The Edge che, nel loro estendersi nello spazio per poi ritrarsi come risucchiate da un vortice nel sottosopra, sprigionano straniamento. A Pariah inoltre non mancano precisione e dedizione nel bilanciamento tra texture, melodie e tonalità, fattori che contribuiscono a marcare come positivo il suo esperimento in campo ambient.

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