Recensioni

Quando si tratta di affrontare un genere così codificato come l’horror la cosa fondamentale è la costruzione del suo impianto. Paradossalmente, infatti, la libertà che questo linguaggio offre passa dalla capacità di far funzionare i suoi classici meccanismi secondo una logica quasi matematica. La fortuna di un titolo si gioca pressoché tutta lì.
La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli è un film horror da vedere perché ambizioso, perché in grado di far valere la sua componente economica, perché è altamente citazionista, ben girato, musica e fotografato, ma soprattutto perché è costruito in modo pressoché perfetto. Non c’è nulla fuori posto, non c’è storia, personaggio, parentesi o ellissi che non trovi posto all’interno della sua grande equazione.

Siamo nella cittadina immaginaria di Remis (una sorta di milkshake di varie località ubicate tra il Friuli Venezia Giulia e la Slovenia), scossa da un incidente ferroviario di una tale tragica portata da sconvolgere le vite di tutti gli abitanti. O almeno così dovrebbe essere. E invece no, la piccola comunità è piena di volti sorridenti e anime positive, tutto il contrario del supplente di educazione fisica Sergio Rossetti (Michele Riondino), appena arrivato in loco e dall’uomo “leggermente” cupo.
Il segreto del popolino? La possibilità di avere un santone su misura che funge da assorbente di tutti i dolori, basta abbracciarlo. Il santone in questione è un ragazzo di nome Matteo (Giulio Feltri), intorno al quale si è creato un vero e proprio culto tra il cattolico e il pagano, che però non si cura granché di quali siano le conseguenze sulla tenuta del giovane. La possibilità di vivere senza dolore è troppo ghiotta, tanto che alla fine anche Sergio la coglie.

La combinazione tra la sua visione “esterna” rispetto al trauma alla base della piega presa dalla cittadina e il motivo del suo personalissimo disperato grigiore, permette però all’uomo di guardare il ragazzo con occhi diversi. Occhi di qualcuno in grado di accorgersi come ci sia qualcosa di sbagliato in questa sorta di sfruttamento minorile.
La valle dei sorrisi lavora costruendo una grande metafora sulla necessità collettiva di accedere ad una perpetua anestetizzazione del dolore, flirtando con l’archetipo evergreen della piccola comunità idilliaca con un oscuro segreto alle spalle. Non lasciatevi ingannare però, perché, per quanto questo apparato sia reso splendidamente, non è nella sua compiutezza metaforica che si trova il senso profondo del film di Strippoli.

Il film procede attraverso un meticoloso gioco di incastri tra punti di vista differenti, ognuno dei quali permette allo spettatore di penetrare lo spazio semantico di questa società da horror folkloristico, guardando oltre di esso. Un percorso che il giovane regista ha già dimostrato di saper percorrere, sia con A classic horror story e sia con Piove, due titoli “elevated” – come si dice di questi tempi – in grado di piegare l’allegoria sociale alle necessità di un dramma più intimo. Nel primo caso combinando il metatestuale alle fantasie di uno psicopatico e nel secondo l’eco metafisico di un dolore epidemico in un profondo dramma famigliare.
Nessuno dei due titoli riesce a trovare una risoluzione di questo modus operandi come fa La valle dei sorrisi perché quest’ultimo riesce a spiegare come in realtà non ci sia uno spazio reale tra dimensione micro e dimensione macro, anche e soprattutto quando si tratta di lutti. Essi sono due livelli non solo mai realmente scissi, ma che non possono fare altro che tornare a guardarsi, ancora e ancora, con occhi diversi o diverse età.
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