Recensioni

7

Il ballo, il movimento frenetico e liberatorio dei corpi, sincronizzato con la musica, come mezzo di espressione e ribellione. La pantsula per i sudafricani è più di una danza popolare. Nata negli anni ’50, ha avuto ampia diffusione negli anni dell’Apartheid – in particolare nei quartieri delle township dominati dalle gang dei tsosi (termine traducibile con criminali), quando la politica di segregazione razziale attuata dai governi bianchi impediva la libertà di espressione delle minoranze nere. Una danza frenetica, ricca di pathos e movimento di braccia e corpi che si ballava a tempo di un ibrido tra house di Chicago, disco (italo), garage house e accenni di reggae e dancehall.

Se la pantsula come ballo e movimento è tornata nell’ultimo decennio a occupare i media – c’è un documentario, quasi un tutorial, della BBC molto interessante a riguardo – e a conquistare l’immaginario visivo (basti pensare al video di Beyoncé relativo al pezzo Run The World (Girl)), pensa ora Rush Hour con questa compilation a farci (ri)scoprire la musica che faceva da sfondo, nel periodo che va dal 1988 al 1990, alla danza della liberazione. Dodici tracce che raccontano come i dj del periodo avessero colto gli impulsi che arrivavano sia dalla dance europea che americana, per poi immergerli in un suono basato sulla cassa in quattro, i synth a là Moroder e le tastiere lanciate in paradisi cosmici e afro-futuristi , strettamente espressivo della cultura sudafricana. E lo si sente dai vocal di tracce, ad esempio, come Sisonke di Kakappa, che unisce tribalismo e vocal della tradizione zulu a elementi tipicamente disco o Sorry Bra della Ayobayo Band, ovvero echi di Kerri Chandler trascinati in una delirante jam nei sobborghi di Johannesburg. Al di là delle citazioni e dei parallelismi con la dance occidentale, si resta affascinati e travolti dalle peculiarità ritmiche e atmosferiche di una playlist versatile, energica (i bassi saltellanti e in vena di festa di Via Tembisa, il funky robotico di Watsotasama) che presenta anche momenti caldi e intensi come nel soul di New Lowers degli Equals e negli ondeggiamenti reggae-dancehall di Go Siami.

Quella offerta da Rush Hour è la narrazione di un periodo storico, di una lotta per la libertà di espressione che filtrava dai sobborghi e dall’underground musicale sudafricano, se non una guida per comprendere le origini di suoni e danze come il kwaito e il gqom, genere quest’ultimo che in Europa sta godendo di meritati riflettori grazie al lavoro di Nan Kolè (vedi la nostra intervista in proposito) e della sua etichetta.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette