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Nelle sale italiane da Halloween, Longlegs è uno dei migliori film horror-thriller degli ultimi anni – e scusate se è poco. Al di là di una campagna di viral marketing che ha fatto parlare di sé, tra simbologia peculiare, numeri di telefono con messaggi pre-registrati, cifrari e website, c’è parecchia carne al fuoco, cotta rievocando la lezione al sangue di tante ricette del passato ma anche apponendo il proprio sigillo personale da maestro chef.

Osgood Perkins, noto anche come Oz e già apprezzato per February – L’innocenza del male, il minimalismo spettrale di Sono la bella creatura che vive in questa casa e il dark-psych di Gretel e Hansel, dimostra con questo quarto lungometraggio una crescita che lo rende una voce unica del cinema nero contemporaneo.

In Longlegs, Perkins – intanto in post-produzione per il prossimo The Monkey, dall’omonimo racconto di Stephen King, una prova rischiosa per ogni regista – aggiorna gli elementi più amati dagli appassionati del genere. C’è la detective dell’FBI, una più che mai convincente Maika Monroe, che ricorda inevitabilmente Clarice Starling/Jodie Foster de Il silenzio degli innocenti; c’è un’indagine cruenta ambientata negli anni ’90 che getta paralleli con altri cult dell’epoca, da quelli incentrati sui serial killer, partendo da Seven seppur le maggiori analogie fincheriane siano con Zodiac, al maledettismo creepy di The Blair Witch Project; ci sono misteri dall’afflato soprannaturale che richiamano Twin Peaks, terza stagione inclusa (occhio alle sfere…); ci sono riferimenti, grazie al personaggio interpretato da Alicia Witt, che si riconnettono in fondo alle possessioni e alle figure religiose delle saghe di L’esorcistaOmenThe Conjuring, ecc. e c’è persino una bambola che occhieggia l’universo dei giocattoli infernali al quale appartiene d’altronde persino La scimmia di King.  Non manca niente. Non è un caso che il mondo degli appassionati di cui sopra, Longlegs lo abbia scisso in due fazioni: entusiasti e detrattori.

Al centro della storia c’è l’agente Harker, probabilmente dotata di sensibilità paranormale, incaricata di indagare su una serie di omicidi-suicidi in Oregon, con il padre dei vari nuclei famigliari coinvolti pronto a uccidere i suoi consanguinei e, da ultimo, se stesso. In ciascuna famiglia c’è una bambina di nove anni che compie gli anni il quattordicesimo giorno del mese e ciascuna strage, alla quale è annessa una lettera satanica da decodificare, si compie sempre attorno alla data del compleanno.

Perkins dirige con mano salda e attenzione ai dettagli, dallo script alla riuscita di ogni singola cupissima scena. Il filo conduttore è il succitato February – L’innocenza del male (in origine, The Blackcoat’s Daughter), dove il regista statunitense palesava già il suo interesse verso l’occultismo e dal cui cast recupera quasi come fosse un inside joke Kiernan Shipka (la ricorderete per la serie TV Le terrificanti avventure di Sabrina), l’unica sopravvissuta alle mattanze, relegata in un ospedale psichiatrico.

Uno degli aspetti più, ehm, divertenti di Longlegs è la presenza di numerosi easter egg: se guardate e riguardate con attenzione, dal nero dello sfondo emerge molte volte, più di una quindicina parrebbe, la figura del diavolo, raffigurato ovviamente come un’ombra cornuta, la stessa che si stagliava in February – L’innocenza del male. Un giochino di recente sfruttato al meglio da un altro regista della nuova wave del terrore, Mike Flanagan, che negli episodi di The Haunting Of Hill House aveva nascosto gustose apparizioni di spettri.

Longlegs regala poi una raccapricciante performance di Nicolas Cage, al solito sopra le righe, qui senza alcun freno, nei panni del villain soprannominato proprio Longlegs, forse perché cresciuto, adulto almeno all’apparenza, quindi dalle lunghe gambe rispetto alle sue vittime. Un villain dalle mani pulite e dalle sembianze androgine, tanto da ricevere sciocche accuse di ideazione transfobica. Niente di più lontano dagli intenti di Perkins, primogenito dell’Anthony di Psyco, il cui fratello Elvis Perkins, di professione musicista folk-rock, cura l’efficace colonna sonora sotto lo pseudonimo Zilgi (altri intrecci di famiglia da psicoanalisi). I richiami ai fasti queer del glam, con gli omaggi a Marc Bolan e ai suoi T. Rex sparsi qui e là, cantano chiaro. Longlegs urla al volante, in auto, come forse ha urlato per l’ultima volta Bolan. Così come urla chi si imbatte nella performance di Cage, tanto che per alimentare ulteriormente l’hype NEON ha documentato l’incontro sul set fra lui e Monroe, svoltosi alla cieca per girare una sequenza-chiave nella stanza degli interrogatori, con il battito cardiaco dell’attrice alle stelle per la tensione e per lo spavento provato al primo impatto con l’irriconoscibile collega.

Longlegs avvince nel suo svolgimento. Soprattutto, fa paura davvero, lascia irrimediabilmente turbati con il suo mood pennellato al rossonero che macchia qualsivoglia candore infantile, ponendo di riflesso interrogativi etici su quanto sia legittimo scendere o meno a patti con il demonio, o chi per esso, al fine di proteggere i propri cari, gli innocenti, magari l’intera umanità… Il finale potrebbe considerarsi aperto. Il male, di sicuro, vince. «Mommy, Daddy, unmake me, and save me from the hell of living».

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