Recensioni

Negli ultimi tempi i ritmi creativi di Kevin Barnes hanno subìto un lieve rallentamento, nondimeno tenere il punto della situazione sta diventando frustrante. Almeno quasi quanto ricordare i titoli delle sue canzoni. Dunque cos’è che fra (diciamo) cinque anni e altrettanti album targati Of Montreal ci farà tornare alla mente questo White Is Relic/Irrealis Mood? Paradossalmente potrebbe essere la sua regolarità. In 22 anni, 15 dischi e un numero non quantificabile di Ep, il Nostro ci ha abituato a un peculiare percorso artistico che lo ha visto filtrare i generi con attitudine lisergica ed espressionista. Su per giù dai tempi di False Priest le melodie beatlesiane e l’allure new wave degli esordi hanno iniziato a flirtare sempre più voracemente con r’n’b e musica nera, innescando un’evoluzione che con White Relic arriva a un punto di non ritorno. I sei lunghi brani di cui il disco è composto sono infatti lunghe digressioni electro funk, interpretate con inedita ortodossia, che recuperano solo in parte la natura mutante dei precedenti lavori.
Barnes lo ha realizzato praticamente da solo e si sente. Manipola il materiale sonoro da assoluto protagonista mostrando di aver introiettato le più moderne tecniche di produzione dance ed electro. Il problema è che nel farlo appare più compreso nel ruolo di regista, attento a levigare mood e atmosfere, che in quello di autore. Il doppio titolo assegnato ai brani non è una scelta casuale, ma un segnale ben preciso della loro ispirazione composita. Va da sé che manca il tiro diretto e scanzonato che aveva fatto fare scintille all’ultimo Innocence Reaches. Alla luce di tutto questo, i frammenti che funzionano meglio sono quelli che allestiscono groove danzabili (Paranoiac Intervals/Body Dysmorphia) e li portano a spasso alla maniera dei vecchi dance mix degli anni ’80.
Più spesso la lunghezza dei brani è funzionale alle meditazioni di Kevin Barnes, che si stende sul tappeto ritmico come sul lettino di uno psicologo, alternando i consueti exploit logorroici sul tema delle difficoltà sentimentali e della paranoia tecnologica, ad avvolgenti interludi strumentali. È qui che si manifesta la vera peculiarità dell’album. Nelle atmosfere cinematiche che attraversano Sophie Calle Private Game/Every Person Is a Pussy, Ever Pussy Is a Star! e nella coda jazzy che chiude If You Talk to Symbol/Hostility Voyeur il sax di Zac Colwell dialoga con l’effettistica rétro-futurista, portando il progetto Of Montreal verso inedite traiettorie. E lasciando intravedere le prime tracce di un’inopinata maturità.
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