Recensioni

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Titolo misterioso, quello del quarto disco da studio degli O.R.k.: Screamnasium, contrazione delle parole “scream” – urlo – e “gymnasium” – palestra. Ovvero palestra dell’urlo, o qualcosa del genere. Chiariranno il concetto i musicisti nelle prossime interviste, casomai. Certo LEF, il cantante, non lesina in energie, non si risparmia nel dare fondo a tutte le risorse per giocarsi il titolo di Hulk dell’ugola che al giorno d’oggi, con l’inasprirsi del rock in genere, vanta parecchi pretendenti. Anche la copertina rappresenta un enigma. E dire che ci si sono messi in due, e personalità di rilievo, per trarre il coniglio dal cilindro: Adam Jones (Tool), e Denis Rodier, che presta il suo estro di illustratore niente meno che a Marvel/DC Comics. Che insieme, creativi giganteschi, hanno partorito il topolino: due teschi, uno incastonato nell’altro; un simbolo – quello del teschio – che da anni ha invaso ogni settore merceologico: dalle t-shirt più straccione alle bottiglie di profumo griffate. Da un lato tutti gli esperti di salute psico-fisica a raccontarci quanto sia importante liberarci da chiunque veda il mondo intero un tantino sul bordo di nevrosi e collasso, dall’altra tutti gli ansiosi di vivere col sorriso del Jolly stampato sulla faccia ad agghindarsi con teschi di ogni fatta. Ché la simbologia, un po’ di significato l’ha. Sembra che ci sia un po’ di scollamento tra la teoria e la pratica, in verità.

Ma non perdiamo di vista il cuore di Screamnasium. La musica. È come se i quattro ragazzi – Lorenzo Esposito Farnasari (aka LEF) alla voce, Carmelo Pipitone alle chitarre (dai Marta sui Tubi), il Pat Mastelotto attuale batterista dei King Crimson, e il Colin Edwin ex-bassista dei Porcupine Tree – si siano imbattuti in una capsula del tempo ricolma di spartiti e abbiano deciso portarli dalla carta su disco. Una capsula seppellita negli anni ’90 del secolo scorso, quando il grunge era la musica del momento. Note che sembrano appunti, outtake, brandelli, idee di band che andavano per la maggiore e hanno lasciato un segno, certo: Soundgarden, Alice In Chains, Temple Of The Dog. LEF cerca il confronto con il compianto Chris Cornell. Ma tra le sue muscolose prove vocali appare soverchiante, soprattutto in I Feel Wrong, anche il fantasma (seconda icona prematuramente scomparsa) di Jeff Buckley, uno che con la voce poteva piegare le sbarre dei tornelli. Però, a differenza di tanti vocalist da palestra, sapeva spararti in orbita con la carezza di un intero brano sussurrato. Consequence invece gioca la carta del duetto con voce femminile, quella di Elisa, che oramai da tempo si è ritagliata una certa notorietà internazionale. Un cammeo che ha il peso del cammeo. Sposta l’ago della bilancia di un micron. E lo stesso peso ha Something Wrong, un accenno di King Crimson anni ’80 negli arpeggi e nella melodia vocale del verso. Non c’è molto di più da segnalare. Così poco di veramente personale.

Compensa la tantissima energia che fa esplodere i solchi, i bit, e il liquido scorrere sonoro per le odierne vite liquide – tutti i formati di diffusione sono disponibili, quasi come se il mercato discografico fosse in tremenda espansione –, al limite di quel metal che non si concretizza appieno perché il marsalese Carmelo Pipitone (che nell’accattivante Hope For The Ordinary canta una frase in siciliano, chissà come la prenderanno gli anglofoni) bontà sua non si dilunga in massacranti solo ma preferisce colpire di mazza: il suo intento è buttare giù, al minimo, le mura di Gerico. Da solo. Di tanto in tanto ci delizia con un arpeggio sulfureo – per esempio in Something Broke – che aleggia sul battagliare tra strumenti, ed è un sospiro di sollievo. Una porticina che si apre su un muro compatto e irrisolvibile come quello che separava le due Germanie fino al 1989.

Proprio in chiusura, a marcia di conquista compiuta, gli O.R.k. rallentano – appena – il passo marziale, e complice una viola, e poi un violino, sembrano porgere la battuta a un Colin Edwin che ha dichiarato che il disco «riflette il nostro passato recente e indirizza una certa energia verso un futuro più speranzoso. Per me questo album costituisce una sorta di purificazione, spero davvero che questo sentimento generale venga trasmesso». Belle parole. Speriamo tutti in un futuro speranzoso. Ma in Screamnasium, lavoro che troverà senza dubbio non pochi estimatori, il futuro è un verbo, anche un concetto, coniugato con errori da matita rossa.

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