Recensioni

Dunque. Pensavo di essermeli lasciati alle spalle, e invece no. Non mi riferisco tanto a loro, ai kentuckyani (si dirà così?) My Morning Jacket, quanto ai miei interrogativi su di loro. Non ho mai smesso di chiedermi quanto valgano davvero, se abbiano un’idea sonora, uno straccio di centro di gravità, una dimensione musicale a cui sentano di appartenere, se le loro canzoni tentino la carta dell’artificio per ostentarlo o perché convinti di padroneggiarlo così bene da eluderlo e accedere a un livello ulteriore di autenticità. Cinque anni fa The Waterfall si rivelava in questo senso un ascolto assai illuminante, oppure frustrante: il che, nella fattispecie, è lo stesso.
Da allora è passato – come si dice – un lustro, durante il quale il leader Jim James ha pubblicato ben quattro lavori solisti. Ma poco è cambiato. Del resto, le dieci canzoni di The Waterfall II risalgono alle stesse incisioni del predecessore. Lecito chiedersi: perché aspettare tutto questo tempo? Mi perdonerete se non ho avuto voglia di indagare.
Come nella precedente “cascata” (e come accade da Evil Urges in avanti), anche in questo caso la scaletta è un patchwork di stili, uno spettacolo d’arte varia che sembra avere per obiettivo la copertura di un perimetro espressivo in grado di “produrre” un ascoltatore ibrido, non troppo caratterizzato musicalmente ma sensibile al pop rock atmosferico e dalle radici ben piantate nel terreno dei classici. Quindi, eccoci al cospetto di un carosello di languori power pop, di psichedelia diluita con additivi cinematici, di country e blues a pennellare gli sfondi, il tutto carburato dall’evidente intenzione di calare sul piatto tutte le carte possibili.
Niente di male ad avere molte influenze e a renderle fonte d’ispirazione. Oltretutto, sono ragazzi (ok ex-ragazzi) oltremodo capaci, gli arrangiamenti hanno peso specifico, le esecuzioni si consumano puntuali, le melodie si aggrappano alle sinapsi e la voce di James conosce il punto di fusione tra crooning e ferita. Ma spesso ad affiorare sono soprattutto questi talenti e la canzone resta al palo, o se preferite in vetrina, assieme alle fonti suddette che finiscono così per somigliare a puri espedienti.
E pensare che l’inizio non è affatto male, con Spinning My Wheels che vibra di nostalgie 60s come dei Flaming Lips a mollo in un brodo di madreperla, mentre la successiva Still Thinkin è una di quelle marcette McCartney che ai Wilco riescono così bene, salvo poi svoltare dalle parti di certo blues psych atmosferico (profluvio di tastiere e sax, rombi di chitarra, bordone di violino…). Pure il finale di The First Time, col suo trasfigurare Big Star in uno scenario dream pop ipertrofico, suona talmente artefatto da apparire credibile. Nel mezzo però, traccia dopo traccia, la strategia affiora: spuntano calligrafie dolciastre Journey a mollo in un acquario floydiano (Feel You), sdilinquimenti The Band e Van Morrison for dummies (Run It), sentimentalismi sovraccarichi e marziali come dei Mercury Rev ingolfati Raspberries. E che dire di quella Wasted che sgrana muscolarità hard blues/power pop mantecata con coretti spiritual e fiati broadwayani, tipo i Cream colti da allucinazioni Rocky Horror Picture Show?
Tutto ciò ispira simpatia giusto un attimo, prima di sembrare empatico come un calendario per la raccolta differenziata. Sembra proprio (è) una metodica, sapiente, ingegneristica strizzata d’occhio all’ascoltatore bisognoso di conforto e senso di appartenenza. Se preferite, è una scialuppa di salvataggio gettata nel mare frenetico delle playlist, inquinato dalla tanta, troppa cattiva musica. Peccato però che sia una barchetta di plastica e oltretutto non priva di falle.
E insomma, continuo a chiedermi: che band sono i My Morning Jacket? In quale capitolo di quale libro ne leggeremo tra qualche anno? Chi ha davvero bisogno di loro?
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