Recensioni

Ho vissuto i due giorni clou della sesta edizione di Musical Zoo, il festival che si svolge nella bella location del Castello di Brescia. Sfruttando i tanti spazi esterni della fortificazione, la manifestazione è stata divisa in varie aree, con due palchi (dagli autoesplicativi nomi Livestage e Clubarea), un cinema all’aperto con installazione in stile drive-in e maxiproiezioni direttamente sulle mura del castello, una zona dedicata a reading e altre presentazioni e una mostra di giovani artisti locali, oltre ovviamente a ristorante, birreria, cocktail bar, ecc. Il programma musicale a cura di Ercole Gentile è stato di particolare interesse, avendo proposto tanti nomi non scontati ma non troppo elitari, con attenzione al panorama italiano ma con pregiate ciliegine internazionali. Una formula ricca e trasversale, tra ricerca e festa d’estate, apprezzata da un pubblico eterogeneo e con grande voglia di divertirsi, allettata da una politica prezzi molto friendly (ingresso gratuito fino alle 20.30, 8/10 euro dopo). Purtroppo le avverse condizioni del tempo, noioso leitmotiv di questa stagione, hanno colpito anche qui, rovinando le cifre attese proprio nella serata principale del sabato, riducendo a qualche centinaia le 2.200 presenze rilevate il giorno prima.
Il mio primo incontro musicale dello Zoo è presso il Livestage con i Be Forest, dagli evidenti rimandi (fin dal nome Cure-dipendente) al mondo new wave/dark anni ottanta/novanta, in particolare al filone 4AD, e alle sue propaggini più vicine (vedi The XX). L’impressione è che il giovane trio pesarese sia meno efficace dal vivo rispetto alle prove, più convincenti, su disco (in particolare il recente, piacevolmente nostalgico, Earthbeat): l’impatto è comunque autentico e credibile, il suono è compatto, e il pubblico gradisce. Nicola impersona perfettamente l’icona del chitarrista shoegaze col ciuffo, Erica picchia sui tamburi in piedi e tiene il tempo delle aggiunte sonore via laptop, Costanza – voce e basso – studia da femme fatale goth, timida e carismatica.
Seguono i M + A, ed è un cambio di passo e di prospettiva radicale: lo spleen e i riverberi lasciano il posto all’elettropop lussureggiante e simpaticamente ruffiano del duo forlivese composto da Michele Ducci + Alessandro Degli Angioli (coadiuvati dal percussionista Marco Frattini), reduci dall’esperienza Glastonbury (unica band italiana nella lineup del festival britannico!). Il set è affollato da piante verdi, l’atteggiamento è sicuro, energico e piacione: la proposta M + A rappresenta un ottimo (e oggigiorno più che raro) prodotto italiano da esportazione, che furbescamente strizza entrambi gli occhi ad un pop curato e saltellabile, tra brazil e Toro Y Moi, con almeno due mancati tormentoni estivi (l’earworm Down The West Side e la phoenixiana When), con puntate verso il Beck più allegro (Slow) e persino verso fregole à la Timberlake (Bouncy). Con gran senso dello spettacolo, a un certo punto vengono chiamati sul palco anche i Be Forest che, dotati di maracas e altre percussioni, finalmente sorridono.
In Clubarea facciamo in tempo ad ascoltare solo gli ultimi quindici minuti del set dei Sybiann, quintetto di Cesena (firmatario di un recente bell’album), che tra laptop, tastiere, basso e sporadica chitarra confezionano un interessante crossover tra disco, psichedelia e suggestioni carpenteriane, ma siamo in perfetto orario per gustare tutto il set di The Field, una delle punte del programma. Alex Willner non delude le attese, anzi se possibile le supera, regalando un maestoso set elettronico solista dove i suoi lunghi loop marchio di fabbrica vengono lentamente snocciolati in un flusso ipnotico e suggestivo. Sporadicamente la tensione si libera quando lo svedese fa partire la cassa dritta o organizza gli hi-hat, per la gioia del pubblico che balla sotto la pioggia (non ancora tramutata nel diluvio che nella notte allagherà palchi e backstage). Emergono, stretchatissime, le tracce più emozionanti di Cupid’s Head (No. No… e 20 Seconds Of Affection), mentre il finale è dedicato ai suoni dell’ormai classico From Here We Go Sublime.
Sabato: i danni causati dal maltempo obbligano l’organizzazione a rimescolare la scaletta (e a tenere l’ingresso gratuito per tutta la serata). Al Livestage si parte in ritardo, sfruttando una tregua pluviale. Prova a scaldare gli animi Luis Vasquez aka The Soft Moon, dalla California con livore. Si presenta con bassista darkwave e drummer dal click incorporato (ennesimo trio sul palco del festival), inanellando una serie di trascinanti anthems post-punk tra Sisters of Mercy e Bauhaus: convincente ma non originale, e con forte rischio di stucchevolezza già sulla media distanza. Dotati di media pass ma non del dono dell’ubiquità, tra i concerti contemporanei dei Ringo Jets, power trio turco, e dei Redrum Alone, duo elettronico pugliese, scegliamo questi ultimi, incuriositi dalla resa live delle tracce dell’album (dal lucreziano titolo De Redrum Natura, 2012) che abbiamo bazzicato in preparazione alla trasferta. Nessuna sorpresa: tra bassi sawtooth, battiti sintetici e vocoder, i baresi propongono senza alcuna spocchia un elettropop onesto e pulito, che non può non ricordare i Daft Punk “very disco” di Discovery. Tra le canzoni proposte spiccano due ardite e stranianti cover: in She’s Lost Control i Joy Division vanno a braccetto con i Telex e i Justice; l’Emilia Paranoica proposta in chiusura deporta i CCCP in zona Subsonica.
E’ mezzanotte, l’ora di Tessela. Diciamo la verità: ero venuto qui per il suo DJ set, il resto era gradevole contorno. E il ventiquattrenne britannico, sfidando in camicia e bermuda il maltempo (piove, ovviamente), conferma quanto di buono si dice e si sente del suo percorso musicale, retromaniacamente hardcore. Malgrado la durata limitata del programma (circa 75 minuti), la breakbeat techno di Ed Russell non ammicca e non fa prigionieri, con una selezione frenetica di tracce intorno ai 128 bpm che parte da territori toddterryani, tocca i rave della Sheffield dei primi anni novanta, si avventura negli ambiti più duri di certa French touch (I:Cube), si infiamma con l’house più cattiva di stampo morelliano, propone novità ruvide come Megatrap di Head High (aka Shed), tocca l’acid con bellicose frequenze medie e conclude con la sua Gateway, una delle tre incendiarie track dell’EP Nancy’s Pantry. Il pubblico, decimato dalla pioggia, partecipa e balla, bagnato e contento.
Alla fine però è con il promettente DJ Barks – al secolo Davide Albiero – e il suo set techno appassionato e funzionale che la Clubarea si riempie e si entusiasma fino a tardi, malgrado la pioggia che non smette di cadere. Festival vivace, piacevole e sorridente: bella atmosfera allo Zoo, e ottime prospettive per gli anni a venire.
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