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7.2

Apaticamente, pigramente dilatano l’onirismo impalpabile e l’esperienza artistica ed esistenziale dei Morose, quartetto spezzino al secondo compiuto lavoro. La bellezza delle canzoni e delle interpretazioni procura beneficio lenitivo e permea totalmente ogni artificio psichico ed emotivo. L’arte dei Morose ha qualcosa d’insondabile che svela le ragioni per tentare di continuare a vivere in solitudine, informa la battaglia campale contro la depressione fagocitante di un mondo indifferente al dolore e all’assurdità.

Il processo d’affinazione del percorso musicale della band illumina il cuore: il loro suono è contenuto nella vibrazione essenziale, una specie di principio pitagorico che affonda radici nella consapevolezza ctonia dell’ “Io sono, dunque suono”. La partecipazione ai movimenti dolorosi del suono riposa nella permanenza di monti lontanissimi, di evocazioni desertiche, iceberg di speranza (Sigur Rós) che bambini italo/berlinesi prestati da Lou Reed applicano a metafisiche ninne nanna (Words Are Playthings). E se un dolente Roy Harper (Some Squeaking Bones) gioca a rimpiattino con un malcelato Daniel Levy, maestro dell’eufonia psicoterapeutica, improbabili ma seducenti ammiccamenti bretoni (Un Plaisir Funeste) precarizzano una saudade malicorniana (chi se li ricorda, i Malicorne?).

Il progetto estetico dei Morose è pedagogico, giacché la Musica, assieme alla Follia, all’Erotica ed alla Filosofia, è l’Educatrice per eccellenza, la più alta, la sola che, senza parole, epifanizza l’assurdo di un mondo che esiste, al posto del nulla. Chiunque giunga all’ingresso è invitato ad entrare e sposare gli arpeggi rintoccanti di campanelle tibetane, magicamente amministrate al fine di esorcizzare il distacco e l’abbandono che già nel primo lavoro – La mia ragazza mi ha lasciato (Cane Andaluso – Ouzel – Kimera – Under My Bed / Audioglobe, 2003) – trasudavano dolore, disperazione, brandelli devastanti di buio prossemico, turbamento e speranza. Leopardi e Cioran ammonirono: «parlare con chi non ha sofferto è pura chiacchiera». Così, se «Lagente ha smesso di chiedermi di te», l’apocatastasi redentrice di un recupero, l’uscita dal tunnel della separazione ed il riguardarsi intorno pensando positivo genera vertigini temporali, all’indietro perché lei non c’è più, in avanti, perché io sono la sua nostalgia.

Dei Black Forest/Black Sea neutralizzano l’asperità di grattugie strumentali, shakerandoli con i Black Heart Procession in versione slowcore, ipnoticamente inefficace. E mentre fuori tira aria d’ombrellone, noi vermiciattoli diafani e sericei, che non abbiamo avuto l’onere e il coraggio di abbandonarci a una spiaggia cocente ed abbronzante, ci scuotiamo coi gelidi sommessi di strazianti ombre novembrine, perennemente notturne, come la nostra utopia. Questo è il migliore dei mondi possibili e resistere, marxianamente, per mutarlo, appare penoso e risibile: la salvazione è fuori dal principio individuationis e nessun lieto fine potrà mai ammendare la tragedia di esservi stati ejettati. Contro la nostra volontà. Punto e basta.

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