Recensioni

È breve il tempo che resta / Poi saremo scie luminosissime / E quanta nostalgia avremo dell’umano / Come ora ne abbiamo dell’infinità / Ma non avremo le mani / Non potremo fare carezze con le mani / E nemmeno guance da sfiorare / leggere / Una nostalgia d’imperfetto ci gonfierà i fotoni lucenti
Mariangela Gualtieri
Complicata, l’arte delle canzoni: riuscire a centrare il bersaglio del cuore senza didascalie, senza banalità, senza facili scorciatoie, senza bordoni enfatici, senza crescendo telefonati. Difficile coniugare rigore ed emotività, calore e avanguardia. La musica che abbiamo ascoltato a Ferrara Sotto Le Stelle vive di equilibri miracolosi, in perfetto bilico tra ambiti ed intenzioni diverse, riuscendo a far arrivare forte e chiaro il segnale, anche se il viaggio è lungo e come dice la poetessa (e come dicono forse ogni poesia, ogni canzone) è breve il tempo che resta, e dalla navicella dalla quale ci arrivano le comunicazioni, vista la distanza siderale, a volte il rischio di interferenze è alto.
Ma con un talento così cristallino, anche se viviamo in un tempo dove tutto si perde nel brusio, anche i radar più distratti captano la luce della galassia Holter, dal cielo sopra Los Angeles. «Questa è la mia prima volta nella luce primordiale / testando i miei movimenti fuori / nella grande stanza» : uno stupore, una delicata meraviglia con languori e ombre di saudade artica ammanta come un velo avvolgente la musica di Julia Holter. Davanti a un pubblico in verità non foltissimo, la californiana si presenta in sestetto, con un assetto desueto: lei alla voce e alle tastiere, Tashi Wada che all’occorrenza suona la cornamusa, Sarah Belle Reid alla tromba, Corey Fogel alla batteria, Devin Hoff al contrabbasso e Dina Maccabee al violino. Quasi un ensemble da camera per composizioni che paiono venire dalla parte nascosta della luna (Underneath the moon, che apre lo show), assorte e stupefatte del loro stesso aprirsi come in mille bagliori, come comete in slow motion. Gighe irlandesi catapultate in assolate ed assorte lande sudamericane, una giungla di arrangiamenti lievi, puntualissimi, come una world music in vitro che può ricordare in certi frangenti il Peter Gabriel di Us.
Altrove invece affiorano ombre inevitabili e benvenute di Kate Bush, fanfare barrettiane, una specie sconosciuta eppure familiare di soul in pillole; oppure draghi, favole, castelli medievali, nenie tra le nuvole come quelle di Joanna Newsom. Un caleidoscopio di suggestioni colorate che si amalgamano alla perfezione in un mondo virato seppia, nitide visioni hyper pop come una Björk meno acrobatica e più austera. Ballate attorno alle quali far fiorire arrangiamenti e timbri dal sapore metallico eppure sempre gentile, strutture ipnotiche, sghembe, circolari, dense eppure volatili; delicatissime flebo di un songwriting che fa capolino da un futuro remoto ed oppiaceo. Nico, che invece che cantare la fine come nel suo quarto solista del 1974 racconta di un inizio: fragile, stupefatto, ma con solide radici in un background eclettico (in rete è girata una playlist che Julia ha compilato per il tour, e dentro c’erano Tim Hecker, Alice Coltrane, Tirzah) ed una facilità di penna notevole, capace di spaziare in campo aperto tra marcette nel labirinto (Les Jeux To You) e soul perso nel cosmo (Words I Heard), sempre restando fedele a un’idea espansa e aliena di pop, caleidoscopico e proveniente da un mondo intimo ed universale.
Sono miniature perfettamente cesellate, informate da un gusto da classico istantaneo, sebbene obliquo. Ci sono sempre un dettaglio prezioso da scoprire, una vertigine, una nostalgia da disseppellire, nel vasto mare di queste canzoni aperte e bellissime, il cui ordito viene sempre arricchito da qualche accorgimento (armonie vocali, le pause della sezione ritmica, cruciale e leggerissima, le dinamiche, i timbri, calibrati al millimetro) che le fa deragliare da un rassicurante orizzonte radiofonico. Menzione d’obbligo per la cover di Chiamami Adesso di Paolo Conte, dall’album 900 del 1992: «Dammi il tempo che tempo non sia / Dammi un sogno che sonno non dia». Sono posti blu, lontani, appartenenti al regno dei sogni, quelli dove sono pensate queste tracce, haiku sospesi, inni di truppe celesti. Sono posti dove due linee parallele all’infinito alla fine si incontrano e si impara a stare in compagnia delle proprie fragilità, delle proprie paure. Sono le cose invisibili che riescono a fare le belle canzoni, i segreti che ti sanno dire. «Mi sono trovata in una voliera piena di uccelli stridenti»: da questa frase dello scrittore Etel Adnan la Holter ha preso ispirazione per il suo Aviary. Come diceva Boris Vian: «Gli uccelli sono responsabili di almeno tre grandi maledizioni che colpiscono gli esseri umani. Ci hanno dato la voglia di arrampicarci sugli alberi, di volare e di cantare». Musica che punta al cielo, sinfonie tascabili che hanno allagato la piazza e i cuori di chi c’era.
Amazon
