Recensioni

7.3

I “colori” del titolo di questo doppio best of non sono solo un’intuizione che nasce da una risposta che lo stesso Michel Petrucciani diede durante un’intervista in cui spiegava il valore sinestesico che avevano per lui le note musicali, ma anche un’ottima metafora per lo stile pianistico del musicista francese. Dentro la sua musica ci sono sempre stati lo swing della tradizione jazzistica, ma anche i toni accesi di certe tinte sudamericane, un gusto ludico nel creare parentesi ironiche nei fraseggi e ovviamente il gesto tecnico da virtuoso che tutti conosciamo e che non saremo certo noi a raccontarvi. Tutti elementi che contribuivano a rendere lo stile petruccianiano sfuggente ed esplosivo, e proprio per questo sempre eccitante. Un po’ il gusto per la melodia classica di un Bill Evans, un po’ quella freakerie nelle armonie à la Thelonious Monk, un po’ la velocità di Oscar Peterson, un po’ l’egocentrismo catartico – musicalmente parlando – di profili come Keith Jarrett, in una musica interprete di una modernità mai del tutto distaccata dai canoni dell’ortodossia jazzistica, eppure lontanissima dalla naftalina della didattica.

In questa raccolta finiscono – c’è da dire un po’ incollati tra loro, vista la qualità audio altalenante e la differenza nei volumi, tanto per dire che la continuità del disco si sarebbe potuta curare un po’ di più – 18 brani della produzione di Petrucciani, alcuni in versione live, altri registrati in studio, tutti provenienti da incisioni effettuate tra il 1994 e il 1997, più o meno l’ultimo periodo di vita del pianista (morirà nel 1999 a soli 36 anni). Brani uno più bello dell’altro, suonati da solo o in gruppo da un musicista che nella sua disabilità – l’osteogenesi imperfetta, un inferno tra ossa che si rompono con un niente e un’altezza massima di 102 cm – trovò la sua virtù: «invece di essere [considerato] strano, voglio essere un’eccezione», andava dicendo il buon Petrucciani. E ad ascoltare il violino di Stéphane Grappelli “boppare” in rapido dialogo con il pianoforte del Nostro in una Little Piece in C for You con doppio ripieno di swing o magari una Trilogy In Blois che inizia con uno sviluppo di armonie rubacchiate a Satie per poi decollare, non si può che essere d’accordo. Ma anche la Rachid live del primo CD racconta molto di Petrucciani: uno che picchiava duro con le dita sulla tastiera perché adorava le risonanze dei martelletti sulle corde, e che in questo brano duetta splendidamente con l’hammond di Eddy Louiss.

C’è molto altro in scaletta – ad esempio il mood tra blues e cabaret di Cantabile – e pure una buona rappresentanza dell’Italia, con musicisti come Stefano Di Battista (sax) e Flavio Boltro (tromba) chiamati a collaborare nella splendida title track e in altri quattro brani. Eppure il vero protagonista di questo best of un po’ atipico (e da avere) rimane Petrucciani, uno che era bravissimo a scrivere musica impregnata di una profonda narrativa oltre che ricca di gesti tecnici, figlia di un’esistenza intensa a cui la natura ha regalato poco ma il pianoforte ha donato l’immortalità.

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