Recensioni

Primi anni novanta: da una parte c’era l’acid jazz dei Galliano, dall’altra c’era il nu jazz (un suo stretto cugino) dei Fila Brazillia. Il primo ha avuto un periodo di grande splendore, ma poi è sfortunatamente caduto in disgrazia. Il secondo è letteralmente esploso nel 2000 con quel Tourist di cui tanto, troppo si è parlato. Da quel momento in poi è stato un proliferare di progetti vecchi e nuovi, chi più vicino ai beat della club music (i Jazzanova), chi più incline alla classica improvvisazione jazz (i Jaga), ma tutti con un minimo comune denominatore: l’elettronica. In mezzo ci sono loro, i Micatone. Berlinesi e compagni di etichetta dei Jazzanova, hanno iniziato esplorando le possibilità di sampler e computer lambendo i territori del breakbeat e dell’house con Nine Songs del 2001 e Is You Is del 2003, cercando di unire la loro sensibilità digitale con l’animo selvaggio di New Orleans (grazie anche alla presenza di musicisti del calibro di David Friedman e Gerard Presencer). Con l’ultimo Nomad Songs sembrano aver scelto l’altra strada del nu jazz, quella in un certo senso acustica, quella che dà voce agli strumenti e che rende i Micatone un gruppo. Ed è proprio questa la novità più evidente: il suono acquista le rotondità e l’intimità del live, facendosi maggiormente avvolgente ed intrigante, come se avesse preferito all’impersonalità del dancefloor la tranquillità e il tepore di una stanza da letto o di un piccolo, fumoso e oscuro club degli anni cinquanta. Delays e riverberi ora sono solo un contorno, un ornamento all’organicità musicale dei cinque componenti che sfoderano tanto le loro abilità come strumentisti quanto un profondo legame con la lezione classica, e la voce filtrata da un vecchio microfono di Lisa Bassenge nell’opener track Mars è solo il primo assaggio. La sensualità del suo timbro arriva a toccare anche il soul (nella singalong Out Of The Game sembra quasi una Erykah Badu su chitarre e fender rhodes à la Zero 7), passando per il raggae (Trouble Boy con tanto di MC a farle da spalla che però rende il brano a tratti caricaturale) e divagazioni folktroniche (la fisarmonica di un Astor Piazzolla in Nomad che plana su morbide onde di basso e sferzanti scratch di archi capionati), evocando agrodolci ballate in stile Cinematic Orchestra (Where I Am) che sfociano in un profluvio dub-jazz tortoisiano (Where I Am Pt. 2). Tutto questo senza dimenticare la stretta parentela con quell’acid jazz messo troppo frettolosamente da parte – in Yeah, Yeah, Yeah (That’s The Way It Goes) e D-D-D-D-Dance risuona la classe degli Incognito. Un nomadismo innato quello dei Micatone (e il fatto che la Bassenge abbia scritto i testi “on the road” è solo un’ulteriore conferma), che ha salde radici nella consapevolezza di essere una band, unita da un’esperienza live intensa e ormai rodata. Undici tracce che trasmigrano in spazi diversi, ma contigui. Una moteplicità che ogni volta si porta dietro i profumi di casa.
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