Recensioni

Cracovia, una stanza, un laptop. La cetra è il primo strumento che entra. Viene processata fino a perdere la propria identità acustica per diventare materia plastica, qualcosa di più vicino a un clavicembalo trattato. Sopra si appoggia una voce sussurrata in inglese, che a tratti smette di significare e diventa puro tessuto. Terzo disco per Martyna Basta, primo per 7K.
Come sempre, nella musica dell’autrice polacca, si lavora per accumulo di micro-eventi sonori. Pizzichii di corda, fiati registrati di traverso, percussioni piccole e secche, droni armonici che tengono l’aria mossa. Poi, a intervalli precisi, una scheggia metallica perfora il tessuto. Un suono digitale tagliente che non chiede permesso. È il principio compositivo del disco. Un gusto retro-rinascimentale che accetta dentro di sé la corruzione della propria modernità.
Ospiti scelti con disciplina. Rainy Miller depone parole umidicce su 2674, Felisha Ledesma porta in Guidelines l’unica vera luce solare. LEYA fornisce un gioco di sottrazione, ma gli archi funzionano da zona di transito. James K chiude il disco cantando come un riflesso lontano di Elizabeth Fraser, con beat sbriciolato e passi leggeri su materia secca. Le canzoni della Basta sono oggetti devozionali piccoli e danneggiati, custoditi con cura proprio nella loro frattura. La sua non è un’hauntologia generica, nè gotico da scenografia.
C’è poi un’estetica del femminile-artigiano che ha precedenti in Grouper, in certa Atkinson, in certo finnish-folk (Lau Nau soprattutto) ma che qui trova tutto un altro peso. Resta da capire dove andrà. Questo disco chiude un ciclo più di quanto ne apra uno. Basta ha portato la propria poetica a un grado di maturazione che adesso le chiede di rompersi, o di farsi monumento.
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