Recensioni

Roma, agosto 1980. Probabilmente agosto, anzi, sicuramente. Ci sono un paio di indizi che lo indicano, uno in particolare che si sofferma su date storicamente significative, appena a margine dello schermo o sullo sfondo della scena, comunque lontano dal suo fulcro, tra il dentro e il fuori. Fuori, guarda caso, è il titolo del nuovo film di Mario Martone, unico italiano in concorso al 78esimo Festival del Cinema di Cannes, una pellicola in cui tutto è una questione di postura. Postura nei riguardi degli altri e di noi stessi, della Storia, del presente e del passato, del dentro e …del fuori.
La storia è quella di Goliarda Sapienza (interpretata, benissimo, da Valeria Golino, che con la scrittrice costituisce ormai una “coppia di fatto” dopo aver curato l’adattamento seriale de L’arte della gioia), non una biografia in senso stretto, ma il tentativo di restituirne lo spirito errante, smarrito tra gli eccessi emotivi e ritrovato nell’inciampo fortuito di una libertà autentica. Raccontare il dentro – lo avrete capito – attraverso il fuori.

Il nucleo (ironico) del film e quindi della sua postura (o delle sue posture) sta nel fatto che il regista napoletano, insieme all’immancabile Ippolita Di Majo, devono prendere spunto da due romanzi di Goliarda riguardanti la sua esperienza in carcere, L’università di Rebibbia e Le certezze del dubbio, per raccontare al meglio il raggiungimento di questo traguardo. Scritti nei quali la donna racconta come i giorni passati dietro le sbarre le abbiano permesso di accedere ad una libertà tale che nella sua vita, prima di allora, non aveva mai provato. Il carcere della scrittrice è un carcere mondo, in cui c’è Roma, l’Africa e la Cina.
La nostra è finita “dentro” rubando i gioielli di una distinta signora (una vendetta d’amore senza particolare soddisfazione) facente parte di quei ricchi salotti che la scrittrice soleva frequentare fino a quando ne ha sentito addosso la precarietà. Fino a quando ha percepito un costo che una reale appartenenza non dovrebbe esigere.
Di certo non la esigono Barbara (Elodie) e Roberta (Matilda De Angelis romana doc), le due donne con le quali la nostra stringerà amicizia in quei magici giorni dentro il carcere di Rebibbia. Soprattutto con la seconda, orfana spirituale perché figlia femmina, eroinomane e affiliata in qualche modo ai movimenti sovversivi degli anni di piombo, con la quale avviene quasi un riconoscimento spontaneo. Un’attrazione sentimentale che si ha solamente quando si incontra qualcuno che riempie un nostro vuoto, che porta con sé la promessa di poter farci respirare meglio.

Grazie alla loro compagnia Goliarda riscopre il piacere di vivere e quindi anche un modo per sopravvivere alla detenzione che è divenuta la sua quotidianità, ben rappresentata dall’immobilismo dell’agosto romano del 1980 o dalla segregazione a cui è costretto il libro della sua vita, che non sarà pubblicato se non dopo la sua morte. Lo lascia intendere proprio lei, nella stessa scena in cui è riscontrabile uno degli indizi temporali citati in apertura.
Mario Martone dirige un film in cui il racconto dell’esperienza della protagonista diventa un modo per celebrare la libertà che si può trovare all’interno dell’esclusività. Una contraddizione in essere che però permette di restituire un ritratto universale della natura umana, che da sempre è nei rapporti più intimi che si forma, nel bene e nel male. Lo fa senza compiacimenti intellettuali, anzi cercando la verità nei sentimenti più semplici. Questo modo di tagliare la storia è positivo nelle intenzioni, ma crea delle problematiche nello svolgimento.
Fuori è una pellicola che si divide tra una natura evocativa, guidata da necessità viscerali e sospinta da vertigini emotive, e la voglia di ricercare una semplicità narrativa e semantica che in Martone spesso è stata sinonimo di didascalia e, come in questo caso, di eccessivo ordine, sia registico che fotografico (aspetto affidato stavolta alle sapienti mani di Paolo Carnera), oltre che (e questa è la cosa più grave) alla rinuncia al raggiungimento di una profondità potenzialmente incontrollabile.

Il regista riprende e rielabora motivi a lui cari — dalla tensione tra corpo e desiderio a quella tra memoria e identità, già indagati in Amore molesto, L’odore del sangue e Nostalgia — affidandosi ancora una volta a una struttura formale di matrice teatrale, ricorrente quando la narrazione tocca spazi di intimità e di esclusione dal mondo.
Il film lo esprime al meglio attraverso la sequenza nella boutique di Barbara, pensata per richiamare l’immagine della prigione: un microcosmo a parte rispetto all’esterno alla composizione geografica del suo interno fatta di ambienti intimi disposti intorno ad uno in particolare illuminato da una finestra con sbarre.
In quella sequenza così rappresentativa c’è il cuore di Fuori e anche il suo squilibrio, perché in essa è presente il mondo carcerario tra dentro e fuori, ma anche la scelta di non affrontarlo in tutte le sue componenti evocative, non sfogliandone tutte le pieghe, non toccandone il fondo emotivo. Un fondo che poi, per fortuna, in qualche modo si raggiungerà nel finale “a due”.
Bello per la tensione che lo attraversa, capace di sprigionare un’energia rara proprio grazie alla sua imprevedibilità, eppure limitato, ancora una volta, da una ricerca dell’ordine che ne frena il respiro. Dentro, l’ebollizione libera di un road movie interiore fatto di spirito e emozioni; fuori, il controllo dei gesti, la riflessione sui ruoli e sugli spazi. Una postura instabile, difficile da reggere fino in fondo: prima o poi si cade, e Martone sembra saperlo fin dall’inizio.
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