Marina Herlop
Marina Herlop, foto per la stampa (2022)

In equilibrio tra pop e imprevedibilità, Marina Herlop ci racconta “Pripyat”

Fresca di pubblicazione di una prova che l’ha portata sulla sempre ottima label berlinese PAN, Marina Herlop è al terzo lavoro di una carriera musicale mai banale nella catalogazione e che sembra aver ancora molto da dire. Dopo un esordio, Nanook (2016), che l’aveva messa sotto i radar della stampa specializzata con un set di brani per voce e piano a lavorare ai confini della forma canzone e un secondo disco, Babasha (2018), di conferma, l’ultimo lavoro Pripyat ne rappresenta un discreto passo avanti sia a livello di produzione che di composizione. È proprio approfondendo questa prova che abbiamo avuto l’occasione di contattarla – via Zoom – nella sua casa di Barcellona.

Pripyat è un disco in cui approcci un metodo compositivo e produttivo più elettronico rispetto al passato: questo ti ha aiutato ad aggiungere complessità oppure a esprimere in un modo diverso ciò che nei primi dischi era invece articolato attraverso melodie più elaborate?

Nei primi due dischi gli unici strumenti che utilizzavo erano il pianoforte e la mia voce: e, sì, le possibilità erano infinite. Adesso, con il computer – e questo significa synth, pad, midi e quant’altro – è come se l’infinito si fosse moltiplicato. Non è più un discorso soltanto di melodie e armonizzazioni o ritmi, ma ci sono texture, percussioni, percussioni con (a loro volta) differenti texture. Posso decidere se lasciare certi colori, certi strumenti oppure no… Certo, all’inizio è stato un po’ soverchiante, ma, presa la mano, è diventato molto divertente.

Come sei arrivata a questo nuovo metodo, a questa dimensione?

In realtà è stato abbastanza naturale: durante le registrazioni del precedente album (Babasha, ndSA) ho collaborato con un produttore e, semplicemente, standogli accanto e vedendo cosa faceva al computer, mi sono resa conto che in fondo non era così complicato. Almeno, le basi, non sono così difficili. Avevo questa idea che fosse una cosa tipo “magia nera”… e invece no. Così quasi senza accorgermene ho imparato i rudimenti. Già aver imparato a stratificare più strumenti, oltre alla voce, mi ha permesso di creare nuovi paesaggi, nuovi suoni.

Beh, scommetto che una mano te l’ha data anche la preparazione “accademica”. Ho letto che sei molto meticolosa…

Sì, penso che questo perfezionismo sia una delle mie migliori qualità come musicista – e insieme una delle peggiori. Perché può davvero diventare un’arma e farti fare grandi cose ma, allo stesso tempo, ti può limitare e rovinare il processo creativo. Qualcosa che rischia di affossarti, di farti bloccare a rivedere all’infinito le cose. Quando ho iniziato a fare musica, non avevo un’idea così precisa di cosa stessi facendo, eppure alle mie orecchie non mi sembrava funzionare. Perché, a differenza di quello che succede a scuola [Marina è laureata al conservatorio di Badalona, ndSA], dove ti insegnano qualcosa, tu lo impari e poi lo ripeti agli esami, adesso stavo imparando in un’altra maniera. Avevo dei problemi e dovevo risolverli: e in questo modo trovo che quello che imparo rimanga più nella mia testa. 

Marina Herlop
Marina Herlop, foto per la stampa (2022)

Questa è una domanda un po’ cervellotica: mi sembra che nella tua musica cerchi, sì, di non essere banale e di sorprendere chi ascolta, ma anche di non cadere in un’immagine stereotipata di te stessa. Quant’è difficile conciliare le due cose?

Ok, aspetta, quindi una cosa è non essere prevedibile, e l’altra…?

Non essere troppo imprevedibile!

Sì, dunque, io la vedo come fosse un fiume, anzi, una strada che è stretta da un lato dall’essere troppo pop, o troppo scontata – e questo non mi piace, perché lo trovo poco interessante – e dall’altro dall’esasperare dissonanze, sperimentalismi soltanto per il gusto di farlo… Anche questo non mi piace. Quindi lo spazio tra queste due, chiamiamole così, sponde è abbastanza stretto e non è sempre facile per me trovare un equilibrio. Non ci riesco sempre, ma il mio obiettivo è quello. Ci dev’essere anche una spontaneità ovviamente, e non può essere tutto programmato, non dipende neanche dai tuoi desideri a volte…

Dipende anche dai problemi che devi affrontare, come dicevi prima…

Esatto! Per esempio mentre componevo questo disco, al computer, ogni tanto capitava qualche errore, qualche glitch o sbavatura, e riascoltandole ogni tanto è capitato di dire “cavolo, bello! Questo ci sta, lo lascio!”. E io non ci avrei mai pensato! È qualcosa uscito random, frutto del caso…

Parlavamo di contrasti, in un certo senso. E penso che anche dal punto di vista dell’immaginario, nella copertina di questo disco, ci siano elementi familiari insieme a dettagli strani, bizzarri. Penso che questo sia piuttosto in linea con la tua musica. Cosa mi dici di questa copertina?

Allora, non c’è in realtà nessuna storia particolare. Era una immagine che mi piaceva, l’ho vista da qualche parte su internet e ho detto: usiamo questa! Abbiamo acquistato i diritti e voilà. In realtà, devo ancora abituarmi al fatto di dover avere a che fare con questo lato “estetico” della mia professione… Forse è perché di mio penso più alla musica. Poi però quando bisogna scegliere una copertina divento super puntigliosa e non mi va bene nulla! E lo stesso accade con gli outfit e con tutto ciò che non è puramente musica.

E invece il titolo, Pripyat, da dove viene?

L’ho scelto molto tempo fa, ho sentito un mio amico che stava guardando una serie tv su questa città e l’ho trovato un nome molto bello, affascinante. E quindi non ha nulla a che vedere con questioni storiche o politiche. Poi ho scoperto qualcosa di più sulla città e a quel punto l’ho trovato ancora più interessante, misterioso.

Alla fine forse è simile al processo di cui mi raccontavi per scegliere la copertina; trovi “cose”, in giro e poi queste si trovano a vibrare e risuonare con quello che fai…

Sì con la copertina è anche successo che con questa donna-chiocciola mi sono accorta di essere molto affine, anche perché è stato un processo molto lungo e lento; ma al contempo poi ha una sua maestosità, una sua sicurezza in cui, solo una volta finito il disco, mi sono rispecchiata.

Pensi che la tua musica abbia qualcosa a che fare con la spiritualità? Qualsiasi cosa significhi per te…

Sì, credo proprio di sì. Almeno per me come musicista. Mi sono accorta che attraverso la musica riesco in qualche modo a vedere o testimoniare che esiste qualcosa di oltre, di più, che è invisibile… Penso che chiunque si trovi a creare qualcosa, si concentri e si focalizzi su un’opera di ingegno, a un certo punto si estranei dal mondo. È come attraversare una porta, e ciò che c’è dietro è qualcosa di “più grande”. Io a volte penso al motivo per cui faccio musica, anche perché può essere molto frustrante, e sento proprio una specie di dovere: per me questa sensazione ha molto a che fare con una sorta di spiritualità. Quando scrivo e produco un disco mi sento un po’ come un eremita o un sensei, diciamo: mi spingo fuori dal mondo, come se ci fosse qualcosa che mi porta a creare, anche se in termini di utilità la musica sembra non avere nulla.

Marina Herlop sarà sul palco del Lost Music Festival il 18 giugno, prima di una piccola pausa dal tour durante la quale conta di tornare brevemente a casa e “accendere il condizionatore per finire di produrre nuove canzoni e nuova musica”. Noi l’aspettiamo dal vivo e, a questo punto, anche in versione registrata. 

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