Recensioni

Non ci si crede quando sul retro-copertina de Il castello in mezzo al mare si leggono le parole “opera rock”. Roba da dinosauri, viene da pensare,
roba da Who e Pink Floyd, da anni Sessanta e Settanta, roba che andava
quando il progressive era religione di Stato e sembrava che noi
italiani, in fatto di musica, avessimo davvero qualcosa da insegnare a
inglesi e americani.
E’ a quel periodo che si ispira
questo disco, scritto, arrangiato e in parte suonato – gli altri sono
amici e ospiti – da Marco Burgatto. Un autore polivalente, con un
profilo in cui spiccano soprattutto lavori come compositore di colonne
sonore per cortometraggi, opere cinematografiche indipendenti, jingle
pubblicitari e eventi artistici. Il tesoro di esperienze deve essere
servito al Nostro per mettere a punto le idee, sintetizzate, in questa
sede, in una formula musicale che flirta col metal – pur relegandolo a
cornice -, gioca con la melodia, ma soprattutto riprende in toto le
complessità del prog nostrano associandolo a buone capacità
interpretative. Col fine di veicolare una storia in bilico tra teatro e
musica, di cui i brani rappresentano i capitoli e i dialoghi sparsi i
ponti tra una scena e l’altra. Due ore circa la durata complessiva.
Troppe, a nostro avviso, visto e considerato che se dal punto di vista
musicale le cose girano a dovere, sulle scelte delle liriche,
l’originalità del progetto e la generale tendenza all’utilizzo di
arcaismi e toni aulici gratuiti, ci sarebbe molto da discutere.
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