Recensioni

6.3

Partono dalla musica d’autore, ma vantano un solido background strumentale, i quattro componenti dei Madaus da Volterra. La città di provenienza del gruppo può vantare, tra le altre cose, la presenza di un manicomio, dettaglio di non poco conto nell’ottica di dieci brani legati dal medesimo fil rouge e sospesi tra umori cantautorali e raffinati arrangiamenti jazzistici. Inoltre, la ragione sociale che la band si è scelta, oltre a giocare con le iniziali dei componenti, è anche l’italianizzazione della parola inglese “madhouse”, manicomio appunto.

Ed è infatti parecchio suggestiva la storia dietro ai brani, dato che i testi traggono ispirazione, soprattutto nel caso della title-track, dai graffiti che tale Oreste Nannetti, degente del manicomio della città, incise sulle mura del padiglione Ferri dove alloggiò diversi anni. Dunque, La macchina del tempo è a tutti gli effetti un concept album che ruota attorno a riflessioni su quell’universo sui generis che è il manicomio.

Il gruppo nasce dall’incontro di quattro musicisti dell’Accademia della Musica di Volterra, ovvero Aurora Pacchi, Marzio Del Testa, Antonella Gualandri, David Dainelli. Una formazione accademica che, del resto, traspare immediatamente da canzoni che vivono di intuizioni sonore non scontate, come ad esempio l’assenza di una vera e propria chitarra: al suo posto, la batarra, una sorta di surrogato di basso e chitarra, con due corde del primo e tre della seconda. Ma lo strumento d’elezione dei Madaus, più che il pianoforte suonato dalla brava Antonella Gualandri o le corde arpeggiate da David Dainelli, è rappresentato soprattutto dalla voce di Aurora Pacchi: dotata di un timbro e di una vocalità molto particolari, Aurora conferisce brio e personalità a composizioni che, altrimenti, rischierebbero di risultare, perlomeno in un paio di casi, piuttosto scialbe, attribuendo all’intero lavoro un mood ben preciso e riconoscibile.

Molto riuscite sono Il profumo della notte (uno swing minimale che si regge, appunto, sull’interpretazione della Pacchi), la pianistica title-track (che vanta un’apertura melodica molto interessante), la sbilenca Tempo (ibrido non scontato tra canzone d’autore, jazz e pop music) o ancora la solenne chiusura strumentale di Ombre cinesi.

In altri casi, invece, le pur interessanti premesse progettuali e le capacità strumentali del quartetto non sortiscono il risultato sperato, finendo per ricalcare un innocuo modello di cantautorato raffinato ma decisamente già sentito. Questo non significa che La macchina del tempo sia un’opera prima da sottovalutare, tutt’altro. Così come i Madaus sono una interessante realtà da tenere d’occhio, in un panorama sempre più asfittico qual è quello della nostra musica d’autore.

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