Recensioni

Un ritorno alla semplicità rurale in musica, associato al darwinismo sociale dello scienziato inglese e a un approccio estetico DIY alla materia “Americana”: il primo album della band di Providence è ben racchiuso tra queste coordinate. Oh My God, Charlie Darwin si avvicina abbastanza allora al suo obiettivo, risultando volutamente grezzo, tra l’acustico e i sentori roots music, un aggiornamento all’oggi di The Band, la poetica del solito Bob Dylan e in generale l’eredità del songwriting folk USA a cavallo tra Sessanta e Settanta.
Quel che c’è di attuale, è – come si diceva – l’approccio alla materia, mediato dalla riflessione intorno alla musica, con il ritorno all’analogico in un universo digitale, e l’uso di parecchi strumenti presi anche dalla world music. In questo si avverte massivamente l’influsso di uno come Tom Waits, sia nelle ballad sbilenche che nelle rivisitazioni di anni di popular music. Non a caso è presente una cover della sua Home I’ll Never Be.
In sostanza dopo gli exploit di gruppi come Fleet Foxes e altri a cui abbiamo assistito l‘anno scorso, non può che farci piacere un approccio meditato alla materia folk e Americana. Debutto di un gruppo da seguire.
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