Recensioni

«I New Order riuscirono facilmente a vendere in discoteca l’angoscia che aveva ucciso Curtis»: quando ci si mette, il criticato Scaruffi sa cogliere il punto con precisione assoluta. In realtà non si è trattato solo di questo, nell’unica data italiana del gruppo, ma la frase rende bene l’idea di una storia svoltasi tra continuità e frattura, tra la necessità e la dimostrata capacità di reinventarsi dopo la perdita di un cantante/autore dei testi/clamoroso frontman ma anche direttore musicale come Ian Curtis da una parte e l’eredità prima taciuta o tenuta in filigrana e poi accettata pienamente anche nei concerti dall’altra.

Dopo l’appassionato e partecipato set dei concittadini Elbow, che conquistano l’audience grazie all’uso da maestri delle dinamiche stasera rafforzate da due violiniste/coriste, con una nutrita parte del pubblico (spesso inglese) che conosce a memoria e canta le canzoni del gruppo, quello dei New Order andato in scena davanti a un pubblico numeroso ma non da pienone (il pit, ad esempio, era pieno solo davanti al palco) è stato un concerto celebrativo come tutti quelli di chi è in giro da un po’ (perché il pubblico vuole quello, ma anche un po’ per forza di cose); nonostante i quattro brani tratti dall’ultimo Music Complete, si è trattato di una scaletta che, con l’aiuto dei notevoli visual proiettati sullo schermo, ha raccontato una carriera che, trovandosi presumibilmente alle battute finali (o comunque col “più” alle spalle, perché una terza rivoluzione da parte di Sumner e Morris ci sembra improbabile…), non ha più bisogno di dimostrare di saper camminare in autonomia dai JD, e quindi si può narrare (come accade da qualche anno) nella sua interezza, mostrandone tutte le (piuttosto) diverse facce.

Già dall’inizio il senso sembra quello: non solo Sumner si presenta con la ormai straclassica maglietta di Unknown Pleasures, ma dopo aver suonato come primi i due brani d’apertura del succitato disco più recente, in scaletta segue un balzo alle origini con i classici JD She’s Lost Control e Transmission. Le quali però cominciano a dire un’altra cosa: ovvero che, se la mossa di reinventarsi con la sperimentazione sulla dance è stata quella che ha garantito alla band un futuro (contribuendo anche a modificare la storia del genere), essa non è stata gratuita, bensì pagata per esempio con il parziale sacrificio di un batterista arguto come Stephen Morris, inventivo e fantasioso anche nel programmare le batterie elettroniche – è sufficiente conoscere Blue Monday, ovviamente eseguita ed acclamata, per rendersene conto – anche se è meglio sentirlo suonare davvero. E mentre gli amplificatori ci ricordano il lavoro di struttura e stratificazione sonora tipico dell’opera della formazione (con un benvenuto svecchiamento dei suoni-carbonio 14 – cioè datatissimi – di tanti loro periodi), emergono altri costi di questo percorso scelto per proseguire, ovvero le brutte (ancorché remunerative) cadute poppettare di The Perfect Kiss e Bizarre Love Triangle, quando si faticava a distinguerli dagli Erasure (e in una ci è scappato anche il cuore disegnato con le dita): non sempre hanno fatto ballare, insinuando un’inquietudine che dava spessore (per tornare a quanto dice Scaruffi), non sempre l’arte della costruzione ampia su sperimentazioni ritmiche è stata finalizzata bene, non sempre raccontavano la «childhood I lost replaced by fear» cantata nel classico True Faith (uno dei momenti migliori della serata).

A proposito di storia della dance, è buffo vedere l’ultrasessantenne Sumner accennare balli su ritmi che una volta avremmo definito “di tendenza” e contemporaneamente pensare che siano stati lui e soci, membri dell’aristocrazia platinum del gothic, a decidere come avrebbe ballato gente ben più giovane e molto lontana da quel mondo: questo, un altro elemento emerso dalla serata, è stato possibile trasformando in punto di forza quella che sembrava una debolezza. Parliamo della voce un po’ anonima di Sumner (e qua e là imprecisa: d’altronde è difficile togliersi di dosso l’essere nati nel punk originale), che ha permesso al gruppo di infiltrarsi in discoteca quasi di nascosto, proprio perché molto meno caratterizzata, per esempio, di quelle di un Peter Murphy o di Robert Smith (che ha trovato il successo senza bisogno di una discontinuità così marcata con le prime fasi di carriera). E mentre la stessa sera a Prato si scrive il futuro, i Nostri concludono adeguatamente il racconto della loro lunga storia con Love Will Tear Us Apart (anche se in una versione non proprio precisissima…), ma subito prima c’è una suggestiva Atmosphere, il cui video-santino del 1988 (quello di Anton Corbjjn per la raccolta Substance) in realtà ci sta come appropriato saluto e chiusura del cerchio, con tanto di applauso quando appare la prima immagine di Curtis.

C’è un nuovo disco uscito in questi giorni, rielaborazioni realizzate col video-artista Liam Gillick, che parla di sperimentazione, di possibili seguiti, ma è un live del 2017, e al netto di questo o di eventuali opere future più o meno riuscite, la storia è quella raccontata stasera, la sostanza di questo percorso è questa, con le sue luci e le sue ombre.

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