Recensioni

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Leslie Winer ha una voce infraterrena, sotterranea, per eccellenza: lo dimostrò in quei lontani anni in cui si affermò, senza che nessuno o quasi se ne accorgesse, come innovatrice e creatrice del proto-trip hop, lo conferma a ogni – rara – apparizione. È profonda e mascolina, ma di una sostanza algida, del tutto femminea. Non può che destare grande curiosità l’accoppiata con lo svedese Carl Michael von Hausswolff, artista e compositore autodichiaratosi seguace di Friedrich Jürgenson, inventore della psicofonia – disciplina che intende registrare la manifestazione di voci “elettroniche” anomale. Non visibili alla vista. Spiritistiche.

Lo spoken word di Leslie Winer – androgino, umano e non umano, caldo e glaciale allo stesso tempo – è sottile ma preponderante. Sta davanti a tutto. E dopo le prime note Von Hausswolff sembra confessarci di aver trovato non tanto la manifestazione in carne (poca) e ossa delle voci a lungo cercate, ma un’ugola di enorme personalità da valorizzare, attorno e sotto la quale ergere un piedistallo. Scopriamo con piacere che CM, l’avanguardista svedese, l’artista visivo che tanta influenza ha avuto negli ultimi trent’anni della sound art (se così si può chiamare), si limita a fare un tappeto di base per la Winer, a costruire la cornice senza permettersi di dipingere il ritratto. Tutt’al più crea un tessuto di droni che commenta e sottolinea i versi di Leslie. Nella prima traccia – I’ll Be Mother – il tutto funziona alla perfezione. L’effetto è ipnotico, mai davvero inquietante, anzi ancestrale. Un bel cortocircuito cognitivo ed emozionale tra inizio e fine.

Eppure il rischio è di essere didascalici (Talked To Some Of Them), specie quando si forza troppo la caricatura (Weatherman). In alcuni punti c’è solo atmosfera. Il disco è potente, ma non sempre esaltante o del tutto riuscito nel combinare una magia psichedelica, nel senso proprio del termine: che porti da un’altra parte, un luogo immanente. Le potenzialità sono alte, presenti e imprendibili al contempo (immanenti, appunto), e perciò siamo duri nella parola ma concilianti nel giudizio finale. I due ci convincono ma è come se si fossero accontentati delle proprie personalità, come in alcuni esperimenti di Burroughs-iana memoria. Non è che il primo passo, ci dice il titolo, il primo scalino verso il centro della terra psicologica. Lo abbiamo già fatto con loro e aspettiamo di scendere ancora un po’.

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